domenica 25 giugno 2017

Lettera della Comunione Tradizionale (25 giugno 2017)


Lettera della Comunione Tradizionale
"Etiamsi Omnes Ego Non

Cari amici,
dunque giovedì 29 giugno 2017, alle ore 17:00, a Firenze, presso la Sala delle feste della Regione Toscana in Palazzo Bastogi (via Cavour n. 18), per iniziativa di Giovanni Donzelli Capogruppo in regione di FdI, verrà presentato il libro di Pucci Cipriani: "Dal natìo Borgo selvaggio: quando ancora c'era la Fede e si pregava in latino" (Solfanelli).
Chi volesse restare a cena insieme a noi — ci ritroveremo alle 20:00 presso il Ristorante "I Centopoveri" in via Palazzuolo n. 31/r a Firenze — è pregato di prenotarsi presso avv.ruschi@libero.it cell.3494657869 (Ascanio Ruschi) oppure pucciovannetti@gmail.com cell. 3339348056 (Pucci Cipriani). La quota di partecipazione è fissata per 20 euro e comprende: un tris di primi - arrosto misto con contorni - dolce - acqua vino e caffè . Prenotazioni non oltre mercoledì 28 alle ore 12:00.


Per leggere la recensione al libro di Pucci Cipriani fatta da Luca Ferruzzi
(CLICCA QUI)

Per leggere la presentazione al libro di Pucci Cipriani fatta da Lorenzo Gasperini
(CLICCA QUI)

Per leggere la presentazione al libro di Pucci Cipriani fatta da Giovanni Tortelli
(CLICCA QUI)

In occasione della visita privata di Bergoglio a Barbiana, Pier Luigi Tossani aveva inviato una supplica a Papa Francesco: "Santità non andate a Barbiana!" con allegato un documentatissimo dossier su don Milani come "cattivo maestro ". Per leggere la supplica e il dossier su don Milani di Pier Luigi Tossani (CLICCA QUI)

Un saluto a tutti e un arrivederci a giovedì 19 giugno per la presentazione del libro : "Dal natio borgo selvaggio" (Solfanelli).

Firenze 25 giugno 2017

LJC Pucci Cipriani
www.controrivoluzione.it

sabato 24 giugno 2017

UNA GRANDE CIVILTA' VISSUTA NELLA VITA DI OGNI GIORNO SCANDITA DAI RINTOCCHI DELLE CAMPANE (Recensione di Luca Ferruzzi)

Giovedì 29 giugno 2017, alle ore 17:00, a Firenze, presso la Sala delle Feste della Regione Toscana in Palazzo Bastogi - via Cavour, 18 - presentazione del libro di Pucci Cipriani: "Dal natìo Borgo selvaggio: quando ancora c'era la Fede e si pregava in latino" (Solfanelli) con prefazione di Massimo de Leonardis e postfazione di Cosimo Zecchi, con la copertina: "Borgo sotto la neve visto dai Bastioni" del pittore borghigiano Enrico Pazzagli.
Interverrano Giovanni Donzelli, Presidente del Gruppo di FdI alla Regione Toscana, Luca Ferruzzi, Consigliere Comunale di Borgo San Lorenzo, l'Avvocato Ascanio Ruschi, e, con l'autore, il pubblicista Lorenzo Gasperini, il Docente Universitario Giovanni Tortelli e il Redattore di "Controrivoluzione" Gabriele Bagni.

Pubblichiamo di seguito la bella recensione di Luca Ferruzzi al libro di Pucci Cipriani:



Due volte l'ho voluto rileggere questo bel libro, tanto mi ha aiutato, alla sera, a far pace con me stesso: a sopirmi l'animo, in attesa che il corpo lo seguisse, prima di prender sonno, ché nei “bei tempi andati”, quelli appunto ricordati da Pucci, di notte si dormiva bene, in armonia con se stessi, la famiglia, la società, la natura stessa.
Ecco, allora, che sono proprio questi aspetti, che poi sono quelli che costituiscono l'interiorità, l'essenza stessa dell'uomo che Pucci ci descrive, con dovizia di caratteristiche, amore e nostalgia.
Dall'opera traspare forse una particolarità di fondo, che la permea e ne costituisce il filo conduttore: la consapevolezza attiva e militante di voler porsi come porzione elementare, parte integrante, testimone e portabandiera di quella società tradizionale, cristiana e contadina propria, precisamente, del Natio Borgo Selvaggio che a questo punto, e a tutti gli effetti, diventa Domestico – una casa, appunto, dove natura, uomo e società elevano all'unisono una armoniosissima laude al Creatore.
E questa volontà di testimonianza diventa, in Pucci, quasi un bisogno fisico, un dovere, anzitutto nei confronti degli altri: dell'amata famiglia, degli amici, dei parrocchiani, delle guide sicure che dovrebbe avere una società sana (in questo caso le autorità civili e religiose del borgo), ma poi anche nei propri confronti: per rafforzare le personali determinazioni, rinsaldare l'azione sdipanata con costanza e coraggio nel corso di una vita (i modernisti psicanalitici settari e i sessantottardi piliferi tanto cari a Pucci direbbero, per svilire il processo interiore, per rinforzare il proprio Io), ma qui si tratta di qualcosa di infinitamente più profondo ed incomprensibile ai suddetti, qualcosa di parecchio più faticoso, essoterico ed eroico: estirpare dal proprio sentiero le insidiose malerbe infestanti, in vista dell'esamino che ci sta predisponendo il Supremo Giudice, e lasciare tale sentiero lindo, pulito e ben tracciato come regalo per chi vorrà percorrerlo.
E infatti, come giustamente ci fa notare Pucci in ogni frase, ad ogni pagina … non servono grosse e dotte disquisizioni di filosofia, antroposofia, sociologia e morale per farci capire chi siamo, cosa eravamo, dove eravamo e anche, purtroppo, dove stiamo andando: basta tranquillamente portare alla coscienza, se ancora ce l'abbiamo, il ricordo del sapore delle frittelle di San Giuseppe, dell'abbacchio pre-vegano pasquale, del papero per la battitura, dell'odore dell'incenso durante la processione del Corpus Domini, del suono melodioso, profondissimo e salvifico delle campane, delle parole e dei canti in latinorum (come direbbe, per l'appunto, l'On. Peppone di Guareschi) di una volta, o, come dice Pucci, di sempre.
Ma perchè sia di sempre, allora tale filosofia di vita deve necessariamente essere vissuta, professata, trasmessa in tutte le sue più recondite manifestazioni, altrimenti essa muore lasciando in sua vece, ci ammonisce Pucci, l'aridità del nulla cosmico.
Ecco allora l'impegno militante dell'Autore in difesa della tradizione e di tutti i suoi aspetti: dal canto alle usanze popolari, grondanti sacralità e significato, l'amore per gli spettacoli circensi, la denuncia del modernismo dalla rivoluzione francese in poi (ma io direi, caro Pucci, da prima ancora: dalla vittoria dei Guelfi sui Ghibellini, dall'affermarsi della Chiesa Curiale su quella Monastica, fino alla pressoché totale obnubilazione di quest'ultima), la propensione politica per una monarchia imperiale, l'impegno nel teatro, nell'insegnamento.
E per non farsi mancar nulla, ecco che Pucci rifugge, nel libro ma anche nella vita, da ogni forma ipocrita del politically correct mettendo alla berlina, in modo vivace e sapido, chi sparla di PACS  invece che di matrimonio sodomitico, o di integrazione culturale per coprire la realtà dell'invasione mussulmana.

Grazie Pucci, e che Dio te ne renda merito.

Luca Ferruzzi


giovedì 22 giugno 2017

Presentazione a Firenze: "Dal natìo borgo selvaggio" di Pucci Cipriani

Giovedì 29 giugno 2017, alle ore 17:00


presso la Sala delle Feste della Regione Toscana

in Palazzo Bastogi - Via Cavour, 18 - FIRENZE


per iniziativa di Giovanni Donzelli, Capogruppo in Regione di FdI


presentazione del libro di Pucci Cipriani


DAL NATIO BORGO SELVAGGIO
quando ancora c'era la Fede e si pregava in latino


Edizioni Solfanelli


Saluti di Giovanni Donzelli (Capogruppo in Regione di FdI)
e del Consigliere Comunale di Borgo San Lorenzo Luca Ferruzzi

Interverranno:
Lorenzo Gasperini (pubblicista), Giovanni Tortelli (Docente Universitario)
e Gabriele Bagni (Redattore di "Controrivoluzione")

Presiederà e modererà l'incontro l'avv. Ascanio Ruschi



Lettera a Pucci Cipriani


Gentilissimo amico,
Ho appena terminato di leggere, quasi tutto d'un fiato posso dire, il suo ultimo libro "Dal natìo Borgo selvaggio" che ho acquistato giorni addietro a mezzo Internet. Come immaginavo si è trattato di una lettura non solo piacevolissima, ma che mi ha coinvolto emotivamente: più volte infatti mi sono commosso fino alle lacrime... I suoi ricordi personali hanno fatto affiorare alla mia memoria i miei ricordi, in un crescendo di nostalgia per persone e cose e di rimpianto per un tempo in cui la Fede era un faro che orientava la navigazione nel procelloso mare della vita.
Ci separa non lungo tratto di anni (io sono del 1953), talché tante situazioni descritte nel libro le ho vissute anch'io. Anch'io ho ricevuto dai miei familiari, ma anche da tutto un mondo che era ancora cristiano, il nutrimento della Fede, il solo che non porta alla morte ma alla vera Vita.
Ricordo quando, in colonia estiva, mi alzavo prima degli altri bambini – allora ci svegliavamo col dolce canto "Andrò a vederla un dì" che ci invitavano a ringraziare i nostri morti se l'estate montanina ci regalava una bella giornata di sole – ed entravo nella cappellina a rispondere alla Messa. C'era solo il sacerdote rivolto verso Dio, e io leggevo in un messalino le risposte in latino. Ancora ricordo quella Messa apparentemente solitaria, con un bambino, un prete e... l'intero Paradiso con noi! E le preghiere che mi insegnavano la mamma, le nonne, la zia; le formule antiche e quelle "inventate" per la nostra famiglia, anch'esse parte di un lessico familiare non più dimenticato...
Non la tedio oltre ma avvertivo forte bisogno di ringraziarLa. Purtroppo ho avuto il privilegio e l'onore, non disgiunti dal piacere, di conoscerLa solo nel 2016 a Civitella del Tronto. Ma è come se l'avessi conosciuta da sempre, perché siamo cresciuti insieme alla scuola di Santa Romana Chiesa, alla scuola di valori eterni e immutabili, ci siamo nutriti dello stesso latte spirituale. Grazie, professore, ad multos annos et ad majora!
Suo affezionatissimo
Michele Beghin 



Nella festività del Corpus Domini sfila la processione, con il Baldacchino sotto il quale viene portato il SS. Sacramento, a Borgo San Lorenzo davanti alle Logge dei Marroni (1922). Foto Celestino Maestrini



Borgo San Lorenzo 2001 – Il Granduca di Toscana SAIeR Sigismondo di Asburgo Lorena a Borgo San Lorenzo in occasione della Quinta Edizione del Premio Letterario “Tito Casini”. Da sinistra: il Granduca Sigismondo, l’Assessore alla P.I. del Comune di Borgo San Lorenzo Patrizia Gherardi, Pucci Cipriani, Luciano Garibaldi, Massimo de Leonardis, Don Simoulin, Superiore italiano della Fraternità San Pio X, mentre si recano al Teatro Giotto per la premiazione.



Borgo San Lorenzo 2001: da destra il Granduca Sigismondo, il prof. Massimo
de Leonardis, Ordinario dell’Università Cattolica, Il Conte Neri Capponi, il
padre oratoriano Ronald Cappellano di Casa Lorena che, in una centrale
chiesa di Londra, celebra ogni giorno la S.Messa in rito romano antico.



Oratorio salesiano 1954. Una foto di gruppo di oratoriani con in mano una
cassettina, consegnata il sabato da don Torracchi, per “accattare” per le
missioni, e che i bambini dovevano riportare, “possibilmente piena”, il lunedì
successivo. Tenendo presente che si indica con (n.i) non identificato, le
persone che non si riconoscono, ecco i nominativi a cominciare dalla prima fila
in alto da sinistra: son Fortunato Raddi SODB, Francesco Margheri, Aldo
Toccafondi, Walter Tagliaferri (il non dimenticato interprete di una deliziosa
scenetta del teatro maschile oratoriano in cui i tre interpreti – lo stesso
Walter, Nocera e Aldo Toccafondi –, vestiti da donna, con una pezzola in testa
e una candela in mano, cantavano: “A voi faccio riverenza, gentilissima
comare...”), (n.i), Egidio Tagliaferri, Vieri Chini, Giovanni Parigi. Nella
seconda fila da sinistra Biagi, (n.i), (n.i), Paolo Mattioli, Antonio Mazzi,
Andrea Costi (con il cappello), (n.i), Cantini (detto “Il Corvo”), don Tarcisio
Torracchi SODB, Direttore dell’Oratorio salesiano e il bambino piccolo, tra il
Mazzi e don Torracchi, è Antonio Orlandi. In basso nella terza fila da sinistra:
Franco Paladini, Marco Squarcini, Ubaldi, Franco Stocchi, (n.i), Sandro
Modi, Rapezzi e il Cooperatore salesiano sig. Giuseppe De Marchi.

mercoledì 21 giugno 2017

UN MITO, UN ERRORE: I PRETI EMANCIPATORI (di Pietro Di Marco, "Il Corriere fiorentino")

Parere contrario: l’assolutezza dogmatica, le battaglie sociali, un vuoto di fede

Un maestro e amico (come si dice delle persone notevoli che abbiamo conosciuto), Michele Ranchetti, che ha dedicato a Milani pagine importanti, scriveva di una «vita [quella di don Lorenzo], tutta di vocazione senza tolleranze» (Ranchetti, Scritti diversi, II, 1999, p.149). E sottolineava come una fede con caratteristiche di «assolutezza dogmatica e di radicale semplificazione», fosse la «condizione necessaria e sufficiente per reggere tutto il resto», tutta l’architettura della personalità e dell’azione del priore. Intuizione originaria di Milani sarebbe stata quella che «solo l’obbedienza a Dio e ai suoi superiori gli avrebbe dato il potere e la libertà». Avvertire il taglio troppo drastico di queste tesi non vuol dire sottovalutarle. In effetti per chi non abbia subíto l’incanto e la spinta emulativa che sempre provengono da un carismatico, l’idea ranchettiana di una personalità che si è precocemente armata, entro e fuori, per un combattimento che renda possibile e giustifichi tutta un’esistenza, calza perfettamente a don Lorenzo. La forma sui generis militante del sacerdote cattolico, forma unica in campo cristiano, che si era ridefinita a partire dai conflitti, ma anche dalle alleanze, tra clero e regimi «rivoluzionari» durante la cosiddetta guerra civile europea (1919-1945), era stata trasmessa e aggiornata nel dopoguerra. L’ortodossia essenziale e la destinazione di sé all’azione pastorale, certo, ma con modelli nuovi, plasmati su quelli del militante politico e sindacale, furono per don Milani una formula potente. Gli permise di congiungere la severa dolcezza verso i suoi «figli» (i ragazzi di Barbiana) e l’intransigenza da leader, insofferente ed «educativa», nei confronti degli altri, anche per gli amici. Forse solo la madre e don Raffaele Bensi erano trattati diversamente, da figlio.
Non sfugge che l’azione esterna lo condusse su terreni di «battaglia» civile comuni alle sinistre, con minore affinità col Pci, va precisato. La ferrea struttura milaniana, per alcuni solo apparente, ma tenuta in piedi e assiduamente coltivata nella comunicazione, va infatti oltre la scuola. La figura del membro di ceti superiori, uomo o donna, che alfabetizza i figli dei contadini ha una lunga storia nelle aristocrazie e borghesie europee. In qualche misura, minima, Milani appartiene a quella storia. Ma originale è l’offerta alla Chiesa di un modello di prete di rigida osservanza formale, che nella società del dopoguerra concorra con le figure prevalenti, laiche e spesso atee, del militante politico «rivoluzionario», ed anzi sostituisca. È un competere sul terreno alto della militanza comunista, in particolare: la dedizione, il sacrificio e la razionalità.
Certamente per Milani il vero operatore del riscatto di classe era il prete; è nota una sua affermazione-paradosso relativo alla scuola: si sarebbe dovuto rinunciare alla scuola confessionale per una scuola laica in cui fosse il prete ad insegnare. Il prete, l’unico maestro in se stesso, per struttura, per indole, per sacramento forse; unico capace di una dedizione esclusiva. Questi, però, sono anche il modello e la retorica del maestro rivoluzionario.
E grava sul modello una utopia autoritaria (basterebbe dire: utopia, da «rivoluzione culturale cinese» — fu colto da Edoarda Masi), che la storia mondiale ha invalidato e dissolto. Lo so: si possono invocare mille oggetti concreti e immediati dell’azione di Milani che sembrano confutare ogni tratto utopizzante. Ma la fustigazione del suo entourage adulto e intellettuale e l’attaccamento ai ragazzi erano i modi peculiari con cui il prete dava scacco al professionismo e al dottrinarismo del comune attivista politico.
Le perplessità e le censure ecclesiastiche che colpirono (debolmente) Esperienze pastorali vedevano limpidamente. Mi permetto di ripeterlo spesso. Lo stesso Bensi, che in classe (Liceo Galileo) ci aveva presentato la novità e i valori, anche letterari, dell’opera, osservava privatamente che il primato strategico dell’insegnamento della lingua (la lingua dei giornali, la lingua dei «signori») su tutto il resto, inclusa la formazione cristiana, era nel suo Lorenzo «illuminismo». In effetti anticipare e forse amare di più la formazione umana «emancipatoria» (di questo si trattava) rispetto alla formazione dell’anima, tanto peggio se ritenuta quest’ultima alienante da sola, era un equivoco drammatico in cui Milani cadeva, dopo tanti altri e almeno da un secolo e mezzo di storia della Chiesa.
Cosa fu, allora, l’assolutezza dogmatica del priore di Barbiana? Milani ha lasciato dietro di sé un vuoto di fede cristiana. Forse, ancora negli anni Ottanta, questo dato sembrava poca cosa: siamo tutti cristiani impliciti, anzi tanto più autenticamente cristiani quanto più combattenti per la causa dell’uomo. Ma le utopie e le retoriche sono in pezzi; resta, invece, oggi la tragedia della comune fede indebolita o inabissata. Non era certo necessario per fare scuola ai poveri costruire un mito del clero cattolico come avanguardia, di una possibile armata (la Chiesa) di emancipatori. Che ne fu in questo ardimento di Cristo e della sua salvezza, della realtà e azione della vita soprannaturale, della preghiera, dei sacramenti? Le recenti celebrazioni mi lasciano sinceramente contrariato: sono veramente utili alla coscienza della Chiesa, quando non vi è in esse cenno a quanti risvolti abbia la vicenda Milani, a quanto contraddittorie e povere, spesso, siano le sue eredità, a quanto sia stata preveggente (tutt’altro che in errore) quella Chiesa che ne prese le distanze?

Pietro Di Marco
da "Il Corriere fiorentino" del 21 - VI - 2017

giovedì 15 giugno 2017

Don Lorenzo Milani, cattivo maestro. Supplica a Papa Francesco: “Santità, non vada a Barbiana!…”

Don Milani: un incredibile dossier sul prete rosso ribelle. Dalla omosessualità e pedofilia, alla lotta di classe, al marxismo, alla lotta armata e le Br. La ribellione alla Chiesa e al suo arcivescovo Florit definito: "un rimbambito indiavolato".

COME PUO' IL PAPA ANDARE SULLA TOMBA DI QUESTO ENERGUMENO?

(PER FAVORE LEGGETE, CONDIVIDETE, STAMPATE, FATE GIRARE QUESTO INCREDIBILE DOSSIER DI PIER LUIGI TOSSANI).

https://lafilosofiadellatav.wordpress.com/2017/06/02/don-lorenzo-milani-cattivo-maestro-supplica-a-papa-francesco-santita-non-vada-a-barbiana/

lunedì 12 giugno 2017

Presentazione a Firenze: Dal natìo Borgo selvaggio. Quando ancora c'era la Fede e si pregava in latino (29/06/2017)


Giovedì 29 giugno 2017 (festività di san Pietro e Paolo) verrà presentato a Firenze, alle ore 17:00, il nuovo libro di Pucci Cipriani: "Dal natìo Borgo selvaggio. Quando ancora c'era la Fede e si pregava in latino" (Edizioni Solfanelli) presso la Sala delle Feste della Regione Toscana - Palazzo Bastogi, in via Cavour n. 18.

Il libro porta la presentazione del prof. Massimo de Leonardis, Ordinario di Storia delle Relazioni Internazionali e Direttore del Dipartimento Studi Giuridici dell'Università Cattolica di Milano e la postfazione di Cosimo Zecchi, già Presidente del FUAN (Fronte Universitario di Azione Nazionale) di Firenze. La copertina "Panorama di Borgo sotto la neve" è presa da un quadro della collezione privata di Pucci Cipriani del pittore borghigiano Enrico Pazzagli.

Informiamo tutti gli amici della Comunione Tradizionale e di Controrivoluzione che dopo la presentazione del libro potranno - se lo desiderano - restare a cena in un locale del centro, sarà un'occasione per fare il punto sulla situazione e per progettare, insieme l'attività della Comunione Tradizionale per il nuovo anno. La cifra per la cena è fissata in Euro 20,00 ed è necessaria la prenotazione c/o  pucciovannetti@gmail.com, cell. 3339348056 (Pucci Cipriani) o ascarus@libero.it,  cell. 3494657869 (Ascanio Ruschi) o gabribagni@libero.it, cell. 3342388207 (Gabriele Bagni).





lunedì 5 giugno 2017

IL COMMISSARIO LUIGI CALABRESI . UN EROE CRISTIANO!

"Ancora qualche settimana, e sarò commissario di pubblica sicurezza(...) sono affascinato dall'esperienza che può fare in polizia uno come me , che vuol vivere una vita profondamente, integralmente cristiana...un tempo il metro con cui si valutavano gli uomini era diverso. Si valutavano per ciò che erano, per ciò che rappresentavano, per la posizione e la stima di cui godevano, per il gradino che occupavano nella scala sociale, e così via. Oggi invece quello che conta è il successo, questa medaglia di basso conio che su una faccia porta stampato il denaro e sull'altra il sesso.
Se volessi intascare e magari spendere medaglie come questa non andrei in polizia, dove si resta poveri. Non andrei coltivando ideali di onestà e di purezza. Sono fatto in un certo modo, appartengo a un gruppo neanche tanto scarso di giovani che vuole andare controcorrente. Noi sentiamo forse più degli altri lo sfasamento, lo squilibrio, il turbamento, perché in ogni istante della giornata vediamo noi e vediamo gli altri, mettiamo noi stessi a confronto con gli altri; apparteniamo a due mondi che si scontrano, e perciò ci sentiamo in imbarazzo noi e si sentono in imbarazzo gli altri; in questo mondo neopagano il cristiano continua a dare scandalo , perché il fine che persegue, lo scopo che dà alla sua vita non coincide con quello dei più. Ecco il turbamento di cui parlavo: sentiamo di vivere, tutto sommato, in un mondo non nostro, che tende ad escluderci a sopprimerci (...) Fra i popoli nordici, che vengono additati a modello di civiltà e di democrazia, la situazione sociale dell'individuo è disastrosa, , come dimostrano le statistiche dei suicidi, e quelle belle case bianche e sterilizzate dove vengono chiusi i vecchi.  Non ci sono più affetti, il nucleo familiare è disgregato, è lo Stato che pensa a tutto, all'assistenza, ai disoccupati, ai malati, ai figli delle ragazze madri. Forse pensa troppo. E così viene meno l'impegno individuale, e la gente fa fallimento (...) Il genitore deve fare il padre o la madre, quando vuole fare troppo l'amico o il fratello maggiore, sbaglia. Il figlio vuole avere un padre, cioè ben più di un amico. Vuole avere una guida che sappia pronunciare anche i suoi "no" , quando sono motivati."



Venerabile Luigi Calabresi

Scrivendo questo articolo ( a cui ne seguiranno altri due) metto come un sigillo alla mia, ormai, non più breve vita : ricordo infatti i miei oltre cinquant'anni di battaglie e l'iter spedito con cui prende consistenza la "Beatificazione" del Venerabile Luigi e questa la considero la più bella dlle mie "vittorie", un grande dono che il Signore ha voluto farci : un esempio che ci additi la via del cielo. Conviene giocare dunque a carte scoperte e, siccome sono un "povero peccatore", a maggior ragione, porto ad esempio dei giovani d'oggi il Commissario Luigi Calabresi, una vittima del terrorismo rivoluzionario, un personaggio che si erge, in tutta la sua grandezza morale, in mezzo a un mondo alla deriva che aveva distrutto la società cristiana che - pur con i suoi limiti - è esistita fino agli anni Sessanta e che, con incredibile rapidità, scomparve dopo il Concilio Vaticano II ("Il vero Sessantotto della Chiesa è stato il Concilio Vaticano II" ebbe ad affermare il rosso cardinale Suanens) e la Rivoluzione del Sessantotto che non fu quella che, in un primo tempo, molti credettero, ovvero l'esplosione colorata dei capelloni e scioscioni vari, una rivoluzione da balera di terza categoria, una protesta di "piscialletto maleducati" (per dirla con il Generale Charle De Gaulle) o una protesta militante contro l'acqua, il sapone e il deodorante, ma una vera e propria rivoluzione, preparata e diretta - come tutte le rivoluzioni -  da più o meno noti burattinai.
Vi fu una "contestazioine studentesca" contro la scuola, la figura dell'insegnante, la meritocrazia. Il vero "libretto rosso" della contestazione studentesca fu la "Lettera a una professoressa" di don Lorenzo Milani che contiene una impressionante carica di odio sociale; del resto :"Nella chiesa e nella società politica del tempo si erano affermate dottrine gnostiche (...il socialismo di Murri, il democraticismo di De Gasperi, ad esempio) don Milani ha semplicemente alimentato lo sviluppo di questo indirizzo di pensiero:il suo "radicalismo" infatti è liberalismo "avavanzato" non è "altro" ma la stessa cosa(Cfr. Daniele Mattiussi in "Instaurare" gennaio  -aprile 2017);
La protesta operaia contro la potenza economica rappresentata dalla struttura della fabbrica e dalla figura del "padrone" ("padroni maiali -domani prosciutti" gridava la contestazione operaia);
La contestazione religiosa - nata dopo il Concilio - contro l'autorità della Chiesa, i vescovi, i parroci e la struttura "piramidale" della Santa Chiesa...abbiamo i "preti operai" (da notare le opere di un grande scrittore cattolico scomparso prematuramente : il Visconte Michel de Saint Pierre con "I Nuovi Preti" e "Collera Santa" le cui traduzioni in lingua italiana furono stampate dalle edizioni de "Il Borghese" nel 1965); si formarono allora le così dette "Comunità di base" come quella fiorentina dell'Isolotto capitanata dal prete rosso don Enzo Mazzi;
La Rivoluzione sessuale ovvero la "liberazione dell'uomo" facendo leva sugli istinti più bassi. Così scrive uno dei leader del Movimento Studentesco, Mauro Rostagno: "Vivevo con Renato Curcio e Mario Palmieri in una casa abbandonata...leggiamo Mao, Regis Debray, Che Guevara, la letteratura terzomondista...Le ragazze non amavano me ma il mio ruolo e la mia immagine...volevano scopare con il ruolo di capo e l'immagine della liberazione...di solito mi avvicinavo a un gruppo di donne, sceglievo e ne invitavo una a prendere un caffè, non dicevo "andiamo a scopare".La cosa importante non era che ci scopassi ma che pubblicamente le dicessi andiamo io e te a prendere un caffè. Così scatenavo le altre contro di lei..." (Cfr. Aldo Cazzullo : "I ragazzi che volevano fare la rivoluzione", Mondadori) e insieme alla "liberazione del sesso" - si formarono in quei tempi i primi gruppi omosex - la libera droga con i "provos" olandesi gli "Hippies, i figli dei fiori, gli iniziati della marijuana, gli esaltati psichedelici, la cultura underground, i seguaci di Leary, Ginsberg, Huxley per cui si "aprivano le botole segrete delle loro coscienze...e le droghe divenivano un mezzo per contestare". In Italia Andrea Valcarenghi vuol "far capire al vecchio proletariato che la musica, l'erba, la comune...sono roba comunista...Noi dovremo diventare genitori che dovranno sentirsi in grado di prendere l'acido con i propri figli" E con Valcarenghi, seppur a livelli diversi, sono da citare anche anche : Francesco Cardella, Margherita Boniver, Franco Battiato, Giorgio Pietrostefani, Lidia Ravera, Domenico Contestabile, Marco Pannella...e poi i leader che si rifacevano a Kerouuac come Capanna e Cafiero;
La Guerriglia urbana : il sabato, ad esempio, a Milano, si viveva in uno stato di guerra a cominciare dal saccheggio dei negozi; la guerriglia contro l'ordine pubblico incarnato dalle figure del carabiniere e del poliziotto : "Uno - cento - mille Annarumma" grideranno in piazza, nella guerriglia contro la "celere", le giovani canaglie sessantottine, alludendo all'agente di PS Antonio Annarumma ucciso a Milano negli scontri con i "contestatori"; "Uno - cento - mille Ramelli, con la sbarra tra i capelli" era il grido di battaglia dei Katanghesi che ricordavano il ragazzo missino assassinato a sprangate per il torto di avere condannato, in un tema - poi affisso alla bacheca della scuola - le violenze dei gruppettari. Infine il grido rivolto contro ragazzi del Battaglione Mobile dei Carabinieri (che portano il basco nero) : "Camerata, basco nero, il tuo posto è al cimitero"....Furono i tempi in cui si invitava anche i militari alla disobbedienza e, anche qui, il testo della contestazione fu il libello milaniano : "L'Obbedienza non è più una virtù"
La Rivoluzione contro l'istituzione della famiglia, ovvero l'uccisione del padre( che era stata preceduta, nella Rivoluzione francese, dal regicidio ovvero dall'uccisione del Re) che, porterà, poi, anche all'uccisione del figlio...la rottura con le strutture familiari, con il passato, con i "vecchi": Il primo duro colpo alla famiglia fu dato, nel 1974, con l'introduzione, in Italia, della legge Baslini - Fortuna, sul divorzio...e si sono puntualmente avverate le previsioni di chi considerava lo stesso divorzio come il primo anello di una lunga catena. Ho qui sotto gli occhi una locandina del 1969 che annunzia una conferenza del sottoscritto, insieme a don Luigi Stefani, all'Avvocato Domenico Polito e alla dott.ssa Elvira Dupuis, dal titolo : "Divorzio, aborto, droga, pornografia, eutanasia : anelli di una stessa catena" . Ci accusarono, allora, di fare del "terrorismo culturale" e invece avevamo previsto quella che, oggi, è una vera e propria mutazione antropologica.
Il cantante rock (e con il rock avemmo anche una rivoluzione nel campo musicale) John Lennon, nella sua celeberrima canzone "Imagine", esortava i giovani a realizzare un mondo senza proprietà privata, senza eserciti, senza Stato, senza Chiese.
Ci si rifaceva all'antica eresia dei Catari : l'uguaglianza sincretistica di tutte le religioni,la soppressione della famiglia e della proprietà privata e quindi la comunione delle donne e dei beni; la condanna della procreazione vista come il perpetuarsi dell'opera di un dio cattivo (aborto ed eutanasia) ammissione dei riti orgiastigi e della sodomia, dell'incesto del "libero amore".
"Tappe significative di questo processo millenario sfociato nella ribellione di massa del Sessantotto, sono, per sommissimi capi: l'Utopia di Tommaso Moro, in cui si propongono l'abolizione della proprietà privata , l'eutansia, il divorzio, la libertà di religione, e quindi di morale, ben diversa dalla "tolleranza religiosa"; l'utopica "Città del Sole" di Tommaso Campanella, caratterizzata da comunione di beni, di donne, di figli e dal sincretismo religioso; quasi due secoli dopo il comunismo di donne e di beni, la liceità oltre che dell'adulterio, anche dell'incesto teorizzata da Diderot, dai rousseauiani Morelly e Dechamps, che insistono particolarmente sulla abolizione della morale e del concetto stesso di colpa; i falansteri di Fourier , dove la proprietà privata e la famiglia sono abolite e la prostituzione legittimata e lodata;la comunità di beni e di donne proposta da Marx nel manifesto del 1848; L'oltreuomo di Nietszche "al di là del bene e del male" , e cioè svincolato da ogni legge , da ogni comandamento; il tentativo di Freud e dei suoi epigoni Reich e Marcuse..., di liberare l'uomo dal senso del peccato ...(Cfr Francesco Agnoli e Pucci Cipriani in "1968" con prefazione di Riccardo Mazzoni, Ed. Fede e Cultura - Verona 2008)
Ecco, in mezzo a questa società in decomposizione, guidata da politici pronti al compromesso, privi di "idee forti" e di coraggio,atei conclamati o cattolici all'acqua di rose, imbevuti di modernismo e adepti della setta democristiana, pronti a ogni calabrachismo, il Commissario Luigi Calabresi prende servizio presso la questura di Milano e lascia Roma dove aveva vissuto e aveva portato a termine i suoi studi universitari. C'è un episodio commuovente : l' Università era, il più delle volte, occupata, i "contestatori" bivaccavano al suo interno e mettevano in pratica quel "libero amore" (Uomo donna, uomo- uomo, donna -. donna) portato sugli scudi dai teorici sessantottardi: molti studenti cattolici (non democristiani) amanti dell'ordine non possono passare; tra questi c'è Duilio Marchesini che frequenta la facoltà di lettere; quando va a lezione ( o tenta di andarci) o a fare un esame trascina dietro di se' la zia, ha l'alzeimer e quando incontra l'amico Luigi Calabresi gli dice : "Lo vedi com'è ridotta? Mi ha cresciuto non posso lasciarla sola.." Calabresi è venuto per una breve licenza a Roma ed ha appena riscosso il suo primo stipendio, estrae dalla tasca interna una busta e, con il solito suo garbo e con quella sua gentile delicatezza, la consegna a Duilio : "Tieni, è il mio primo stipendio è per lei...avevo già deciso così..." Duilio cerca di tergiversare "ma no..non te ne privare..." Ma Luigi se n'è già andato, sorridente e raggiante : anche oggi ha fatto la sua opera di carità. Il Commissario Luigi Calabresi era anche questo....
Mi disse l'amico Valerio Riva, già Direttore della Feltrinelli, Biografo ufficiale di Fidel Castro : "Vedi, Pucci, Calabresi aveva un fiuto eccezionale...aveva capito subito la pista da seguire per la morte di Feltrinelli e aveva capito bene anche da dove venivano le "bombe"...." Lui doveva seguire i gruppi extraparlamentari di sinistra e gli anarchici : indaga sulle bombe del 25 aprile del 1969 e quindici personaggi della sinistra extraparlamentare vengono messi in carcere per sette mesi...ma scarcerati, poi, per cavilli giuridici, ovvero "per mancanza di indizi"; sempre nel 1969 sottrae all'ira della folla Mario Capanna, il caporione delle squadracce del Movimento Studentesco, che, provocatoriamente passò davanti al feretro dell'agente Antonio Annarumma caduto negli scontri con i "bravi ragazzi sessantottini"...e con la testa spaccata in due da un tubolare di ferro. Fu il "cattivo" commissario che evitò un linciaggio al provocatore meschino.
Il 12 dicembre 1979 scoppia la bomba in piazza Fontana, alla Banca dell'Agricoltura..Viene arrestato l'anarchico Valpreda e i sospetti cadono proprio sul gruppo di anarchici : Calabresi conosceva bene Giuseppe Pinelli, il ferroviere, si scambiavano libri, molte volte prendevano, insieme, il caffè...non lo fa trasportare in questura ma lo "invita" e, poi, lo interroga. Pinelli viene trattenuto in questura, quando Calabresi è, con il questore nell'altra stanza, Pinelli, accanto a una finestra, precipita di sotto...solo dopo tanto tempo il Giudice Gerardo D'Ambrosio, che poi diverrà senatore del PCI, emetterà una sentenza assolutamente assolutoria per Calabresi : La morte fu "accidentale" probabilmente dovuta a un "malore attivo"...e oltre tutto fu acceratato che in quel momento il Commissario non era neppure in quella stanza.
"Gigi" Calabresi fece querela per un articolo demenziale di Lotta Continua in cui si accusava di essere un agente della CIA - Calabresi non si era mai recato in USA - al soldo del Generale Edwuin Walker, uomo di Barry Goldwater.
E la risposta di Lotta Continua non si fece attendere : nel numero del 14 maggio 1970 si poteva leggere  :"Gli assassini di Pinelli escono allo scoperto -la querela del Commissario Finestra contro Lotta Continua- Calabresi sei tu l'accusato (...)dell'assassionio di Pinelli abbimo detto a chiare lettere che il proletariato sa chi sono i responsabili e saprà fare vendetta delle sua morte"
Il primo ottobre 1970 appare, sempre su LC, una vera e propria sentenza di morte con il titolo. ; Pinelli un rivoluzionario - Calabresi un assassino, in cui si affermava :"Siamo stati troppo teneri con il commissario di PS Luigi Calabresi. Egli si permette di continuare a vivere tranquillamente, di continuare a fare il suo mestiere di poliziotto , di continuare a perseguitare i compagni...E il proletariato ha già emesso la sua sentenza : Calabresi è responsabile dell'assassinio di Pinelli (...) E' per questo motivo che nessuno, e tantomeno Calabresi può credere che quanto diciamo siano velleitarie minacce(...)Quando gli sfruttati rompono le catene dell'ideologia borghese la forza dell'esempio diventa dirompente; i proletari di Trento hanno già rifiutato la legalità borghese  per assumere quella rivoluzionaria, hanno compiuto il primo processo e la prima esecuzione.L'imputato e vittima del secondo è già stato designato  : un Commissario aggiunto di PS, torturatore e assassino : Luigi Calabresi"
Se questa di Lotta Continua non è una sentenza di morte....
Ma poi c'è la stampa, la grande stampa, l'editoria, la televisione...tutta gente, ieri come oggi, esperta nel leccaculismo...ieri come allora i "media" erano dalla parte della canaglia, contro le Forze dell'Ordine, a favore dei delinquenti, in nome della "tolleranza", della "resistenza", del "progresso" e anche quando dalla rivoluzione sessantottarda nasceranno le Brigate Rosse, il terrorismo e gli "anni di piombo" tutti continueranno, seppur ambiguamente, a stare dalla parte della "rivoluzione" contro lo Stato e la "società capitalistica"...e le brigate rosse per la televisione saranno "sedicenti" per altri, addirittura, saranno "nere".
Ed eccoli i Quisling, i così detti "intellettuali" in servizio prmanente effettivo : Camilla Cederna che, contro Luigi Calabresi, intraprese una campagna di linciaggio micidiale scrisse un libro: "Pinelli : una finestra sulla strage"  dove si legge : "...si vede Calabresi che ammicca dietro il davanzale di una finestra mentre il Pinelli precipita, oppure mentre da' la spinta fatale a un uomo in bilico..."
Dario Fo, l'ex repubblichino, ora convertitosi al comunismo, scrive una "Pièce" teatrale che avrà grande successo tra la borghesia radical -chic : "Morte accidentale di un anarchico" in cui il povero Commissario Calabresi diviene il "dottor Cavalcioni"; il commento del quotidiano cattolico(si fa per dire!) "Avvenire" superò in cialtroneria le sbrodolate di Dario Fo e fu degno di quel cattolicesimo neomodernista che, con gli anni, si trasformò in "cattocomunismo" : "All'autore - attore tutto il consenso che gli è dovuto". Ecco la viltà di questi invertebrati, veri pesci rossi dell'acquasantiera.
Ricorda con commozione lo storico Luciano Garibaldi, uno dei pochi giornalisti italiani che combatté realmente la camaglia sessantottarda di quanto, una volta, gli raccontò "Gigi" Calabresi al venerabile Commissario Calabresi : "Camminavo per strada con mio figlio per mano, c'erano scritte sui muri :"Calabresi boia", "Calabresi assassino", ...meno male che lui non sapeva ancora leggere"
Ma la vera e definitiva condanna a morte o meglio il "placet" alla condanna già scritta dai delinquenti di Lotta Continua lo misero gli ottocento rappresentanti della cultura (della morte!) italiana, gente che in tutti questi anni - ne son trascorsi  quarantacinque - non hanno avuto il pudore di rinnegare quel documento al quale apposero la loro firma e che, senza esitazione additarono nel Commisario Calabresi colui che "porta la responsabilità  della sua fine"" (quella di Pinelli n.p.c.) Ma non si fermarono qui questi intellettuali dei miei stivali, questi cirlatani arroganti...andarono oltre e misero Luigi Calabresi nel novero dei "Commisari torturatori" e chiedevano, quindi "l'allontanamento dai loro uffici" affermando di e di "non riconoscere in loro qualsiasi rappresentanza della legge e dello Stato"
Ma eccolo qualche nome di quei signori che si ersero a giudici di un innocente, di un padre di famiglia, di un onesto e solerte servitore dello Stato, di un uomo integerrimo. Eccoli i nomi di questi "signori" che non hanno mai reso conto, ai giudici terreni, di quella loro sentenza di morte, di quel loro comportamento osceno, di quella loro complicità netta con gli assassini, ma che dovranno,render conto, un giorno, a un Tribunale , di fronte al quale ciascuno di noi comparirà. Eccoli alcuni degli "ottocento" che misero il sigillo alla condanna a morte del venerabile Luigi : Norberto Bobbio, Lucio Villari, Federico Fellini, Mario Soldati, Cesare Zavattini, Liliana Cavani, Giuliano Montaldo, Bernardo Bertolucci, Carlo Lizzani, i fratelli Taviani, Gillo Pontecorvo Duccio Tessari, Marco Bellocchio, Salvatore Samperi, Nanni Loy, Folco Quilici, Giovanni Raboni, Renato Gottuso, Carlo Levi, Emilio Vedova, Inge Feltrinelli, Vito Laterza, Giulio Einaudi, Paolo Spriano, Franco Antonicelli,  Luigi Nono, Gae Aulenti, Giò Pomodoro, Margherita Hack, Paolo Portoghesi, Alberto Moravia,Umberto Eco, Domenico Porzio, Dacia Maraini,Alberto Bevilacqua, Franco Fortini,Enzo Enriques Agnoletti, Natalino Sapegno, Primo Levi, Pier Carniti, Toni Negri, Franco Basaglia, Paola Pitagora, Eugenio Scalfari (il fondatore del quotidiano "Repubblica" ora diretto - e mi viene il vomito a scriverlo - da Mario Calabresi, figlio del Commissario Martire!)Camilla Cederna, Andrea Barbato, Vittorio Gorresio, Giorgio Saviane,Giorgio Bocca...e mi fermo qui perché evocando certa gente mi vine il voltastomaco!
Ormai è tutto pronto, tutto approvato,
"Signora vada a casa, c'è confusione in giro, hanno ammazzato un Commissario di PS" dissero alla Signora Gemma Capra in Calabresi e lei capì e scoppio' in lacrime mentre portava a casa i bambini che erano, con lei, a giocare in un giardinetto.
Erano le 9,15 del 17 maggio 1972 , quando un "commando" freddò, con un colpo di pistola alle spalle, il Commissario Calabresi che si stava recando in ufficio, al lavoro, presso la Questura.e Lotta Continua poteva festeggiare annunciando il giorno dopo a tutta pagina:

L'UCCISIONE DI CALABRESI : UN ATTO IN CUI GLI SFRUTTATI RICONOSCONO LA PROPRIA VOLONTA' DI GIUSTIZIA.
Enzo Tortora lo ricorda così:
"Non l'ho mai visto una volta reagire. Se aveva un'amarezza, comune del resto a tanti funzionari di poolizia che sono lasciati al centro dell'uragano senza un cenno di solidarietà, era quella di vedere l'odio che trionfa sempre sul diritto, Il gangsterismo truccato da politica , che ha sempre la meglio sulla democrazia.(...)Avremmo dovuto vederci, una di queste sere, con altri colleghi, qui sul mio taccuino c'è scritto "Dopodomani, Calabresi". Invece non c'è più. Guardo l'ultimo libro che mi ha prestato. Ogni tanto aveva in mente di cambiare le mie idee, che in fatto di fede non erano e non sono esattamente le sue.
E' un libro che parla di un uomo che, nel deserto, colloquia con se stesso. "Vedrai", mi dice qualche volta sorridendo , ma con garbo, un pudore che commuovevano infinitamente: "Vedrai che un giorno o l'altro ti capita di incontrarlo, Iddio"
Stamane lo ha forse incontrato,  lui. L'ho visto poco fa, Luigi Calabresi. Ha le mani in croce. E' così sereno come sempre".

Pucci Cipriani

lunedì 29 maggio 2017

Fatima. Teologia e storia. Un convegno a Seregno con Roberto de Mattei e don Marino Neri

Fatima Teologia e Storia 
Convegno nel centesimo anniversario delle Apparizioni

Interverranno 

Don MARINO NERI 
Teologo

Professor ROBERTO de MATTEI 
Storico della Chiesa 

Introdurrà 

Andrea Sandri 
Presidente del Circolo culturale J. H. Newman

Seregno 9 giugno Ore 21,00

Sala Monsignor Gandini – Via XXIV Maggio
Circolo Culturale Cardinal J.H. Newman


martedì 23 maggio 2017

Marcia Nazionale per la Vita, 20 maggio 2017

"... e se non piangi di che pianger soli?" venivano alla mente i versi danteschi del canto del Conte Ugolino allorché, al termine della grande Marcia per la Vita, quando sul palco una mamma ha testimoniato il suo rifiuto a staccare i macchinari al figlio in coma per un incidente della strada e il suo ragazzo era lì, anch'egli sul palco, a inneggiare alla vita contro l'eutanasia... quell'eutanasia che la grande stampa di regime, la TV di Stato (totalitario) e le TV di Berlusconi hanno cercato di effettuare nei confronti della VII edizione della Marcia per la Vita, il più grande avvenimento "pro life" italiano:

"Nessuno sa — scriveva sabato 20 maggio 2017 Renato Farina su "Libero"  della marcia della vita e nessuno perciò perde del tempo... non vale la pena nemmeno scaldarsi. Che saranno mai cinque milioni di creaturine spazzate vai dal 1978 in Italia, che tutti sanno essere bambini ma non si dice? Il fatto è che quella marcia non disturba nessuno, non fa nemmeno incavolare le femministe. Chi affollerà continua ancora Farina — senza antagonisti e molotov al seguito, le strade di Roma, sono brave persone un po' retrò, sono famiglie con la carrozzina, con i palloncini colorati... non tirano sassi, non sono militanti di un'idea incazzosa, ma testimoni che vorrebbero prendere in braccio quei bambini che se no verrebbero fatti a pezzettini".

Sì, sabato 20, a Roma, ha sfilato la gente del "popolo della vita" per chiedere uno Stop alla legge criminale sull'aborto che permette l'uccisione dell'innocente nel grembo materno : erano mamme e papà con i loro bambini, giovani pieni di entusiasmo, nonni e nonne che sanno come sia importante la famiglia per difendere la vita, tanti sacerdoti in talare e tante, tante suore che "gettavano al vento" le loro canzoni e innalzavano a Dio e alla Mamma celeste laudi dolcissime, medici e infermieri a cui si vorrebbe togliere anche la libertà dell'obiezione di coscienza perché ormai "l'aborto è una legge dello stato"... come erano leggi dello Stato quelle emanate dalla Germania hitleriana che permettevano l'eliminazione fisica dei malati mentali e dei disabili, come erano allora legali quei camion che si recavano, vuoti, negli ospedali psichiatrici e se ne tornavano via carichi di degenti ai quali veniva, poi, data la "dolce morte" come ora si vorrebbe dare anche da noi a coloro che, di volta in volta, verranno dichiarati non più abili al lavoro, o malati cronici, o incapaci di provvedere a se stessi...intanto abbiamo approvato, tra l'inerzia e la complicità di quei parlamentari che speriamo non abbiano più il coraggio di definirsi cattolici, il testamento biologico, una "eutanasia strisciante" in attesa di mettere il sigillo anche alla "morte di stato".
Ebbene eravamo sì, con orgoglio posso dire di esserci stato anch'io! in tanti, in tantissimi, migliaia e migliaia, più degli altri anni, con bandiere, magliette "pro life", simboli della Tradizione come le bandiere vandeane con il Sacro Cuore in campo bianco, simboli delle città e delle Regioni (Viciconte con il vessillo del Regno glorioso del Sud e Marco Fabrizio con la bandiera del Granducato di Toscana). Non so se l'entusiasmo, la gioia, la voglia di fare abbiano un colore... se l'avessero di quel colore erano pieni gli animi e i volti dei partecipanti che non gridavano slogan inneggianti alla gogna e non piantavano forche sulla pubblica piazza ma si limitavano a ribadire concetti eterni: "la vita è sacra" - "difendi la vita" - "No alle leggi di morte".

"La legislazione sul fine vita — scrive Costanza Miriano su "La Verità" del 20 maggio 2017  ha presso una piega mostruosa, e ad essere in pericolo è la vita di tutti i vecchi, i deboli i malati, perché si sta affermando in tutto l'Occidente l'idea che ci siano vite degne di essere vissute e altre no, e questo anche a prescindere dalla volontà della persona malata. Una pena di morte resa culturalmente digeribile dal fatto che quello che viene ucciso è malato, vive in condizioni disagevoli, allora va bene eliminarlo, perché il benessere è l'unico criterio di giudizio universalmente riconosciuto.... Ci sarò anch'io (alla Marcia per la Vita, n.p.c) anche se so che questo non mi mette a posto la coscienza (ma)... è un mandato che ci ha consegnato Giovanni Paolo II, quando ci chiese di alzarci in piedi ogni volta che la vita fosse minacciata e oggi con la legge sul fine vita è quello che sta succedendo. Ci sarò anch'io - continua la scrittrice cattolica - anche se so che il Papa non dirà una parola per noi marciatori (ma se mi sbaglio meglio) perché ormai si è capito, Francesco non ama i cristiani combattenti culturali, per intenderci, che fanno questioni di principio (...) annunciare la Verità... anche questa è carità. E' necessario quando gli "altri" — chi sostiene che ogni vita è a disposizione di un giudizio — hanno tutte le televisioni, i giornali, le leve della cultura, i fondi i finanziamenti del nuovo disordine mondiale, comprese le grandi strutture sovranazionali8 (vogliamo parlare dell'ONU che si permette di bacchettarci su un problema che secondo il nostro ministero della Salute non esiste, cioè dell'obiezione di coscienza all'aborto?)...i soldi e il potere stanno da un'altra parte, nessuno è al nostro fianco...E la nostra forza, la vera rivoluzione, è che noi tifiamo per i nostri avversari. Non per le loro idee, ma per la loro vera felicità. E questo scombina davvero il punteggio finale."

Già, poteva ben esser lieta Donna Virginia Coda Nunziante, anima vera della Marcia per la Vita, che sulle sue spalle ha portato e porta un duro lavoro di sette anni per riunire nella Città eterna decine di migliaia di persone e per dire NO a ogni compromesso e a ogni cedimento nella difesa della vita; al termine, poi, ecco le grandi ed eroiche testimonianze prima fra tutte quella drammatica e avvincente di Gianna Jessen sopravvissuta all'aborto salino deciso dalla madre che voleva sbarazzarsi di lei... ma Gianna è viva e vegete ed ha incredibilmente resistito all'iniezione assassina di soluzione salina che uccide, tra atroci sofferenze, il feto. Ora è qui di fronte a migliaia di madri, di padri, di ragazzi e fa fatica a stare in piedi perché affetta da "post traumatica stress disorder" come le povere vittime di immani catastrofi...è diventata una attivista "pro life" e ora può gridare in faccia alle femministe e ai fautori e sostenitori della legge assassina: "Se l'aborto è una questione di diritti delle donne dove erano i miei diritti quel giorno?" 
Ma attenzione a difendere Gianna Jessen - mentre un partito di centro destra italiano che non ha detto una parola contro le leggi di morte si appresta a fondare un movimento per la difesa dei cuccioli degli animali e a fare leggi che prevedono pene detentive per chi uccida conigli o agnelloni - perché Stephane Mercier, professore di filosofia all'Università belga di Lovanio è stato licenziato perché ha avuto il coraggio di parlare contro l'aborto davanti ai suoi studenti...e poi delle ragazze che hanno raccontato come si siano ribellate all'obbligo di abortire... e i ragazzi di Napoli che hanno cantato inneggiando alla vita mentre un sacerdote napoletano ha messo in guardia Renzi: "Ci fidavamo di lui e invece ci ha traditi...un boy scout che tradisce Cristo! Vergogna".
E intanto i ragazzi di Militia Christi  sono in tanti con le loro bandiere con il cuore della Vandea scandiscono forte lo slogan: "Aborto, divorzio, eutanasia, questa è l'Italia della Massoneria".
E allora Iddio ve ne renda merito! Iddio renda merito agli organizzatori e tutti coloro che si son dati da fare e hanno partecipato a questa marcia ! Grazie per aver dato anche a noi di poter rendere la nostra testimonianza! E ora tutti al lavoro per l'ottava Marcia per la Vita nel maggio del 2018 a Dio piacendo!

Pucci Cipriani 










venerdì 5 maggio 2017

MONS. LUIGI STEFANI: QUANDO LA CARITÀ PORTA IL CAPPELLO ALPINO

In Curia, regnante il cardinal Benelli, come spesso succedeva, dissero che Sua Eminenza era assente e che, comunque, la risposta era “no”. Come poco cambian le Curie, ieri... come oggi!
E così a Monsignor Luigi Stefani — prete scomodo — non gli furono concessi i funerali nel Duomo della sua Firenze, davanti alla beneamata Misericordia dove, per oltre trent’anni, aveva svolto il suo apostolato come assistente spirituale (nominato nel 1948 dal Servo di Dio, il Cardinale Elia Dalla Costa) e a tre passi dalla chiesa di Santa Maria Margherita de’ Ricci di via del Corso, della quale era stato nominato parroco, due anni prima dal venerato arcivescovo Ermenegildo Florit, il quale, per mettere in risalto i meriti del “prete fedele”, lo aveva creato monsignore.
E proprio in Santa Caterina de’ Ricci, in una calda mattinata d’ottobre del 1981, andai a salutare, per l’ultima volta in questa terra, il caro don Luigi: giaceva vestito con i paramenti neri, la stola penitenziale, il manipolo e la corona del Santo Rosario, al quale era così devoto, tra le dita.
Il male lo aveva aggredito all’improvviso, come un fulmine che si abbatte su una grande quercia; se ne andava così questo intrepido prete dalmata, era nato a Zara nel 1913 e fu segretario del vescovo di quella città, cappellano militare, orgoglioso del suo cappello alpino, nella Seconda guerra mondiale, nella Divisione Militare Tridentina che arrivò esule (“Parce mihi Domine, quia dalmata sum” c’era scritto dietro la scrivania del suo ufficio alla Misericordia) a Firenze nel 1945.
Alcuni mesi prima della sua morte, ebbe quasi un presentimento di dover tornare da quel Dio che tanto aveva amato, e nella Pasqua di Resurrezione del 1981 scriveva nella presentazione del suo ultimo libro di poesie:

(Gesù) alle volte ci mostra il cuore... ci mostra le palme delle sue mani bucate... (e) se la morte incombe: “Non si turbi il vostro cuore: ritorno al Padre per prepararvi un posto”... non potevo non sceglierlo, subito, all’alba della mia vita, come amico e Signore: gli sono rimasto sempre fedele; ed ora che il mio tramonto si avvicina è Lui a sostenermi.

Qui, a Firenze, era difficile non incontrarsi con don Luigi Stefani e a molti, nell’incontrarlo, veniva fatto di dire: «Quello è un prete che ci crede!» e prete lui era davvero “usque ad taleas”, anche esteriormente, indossando sempre quella talare della quale diceva il Cardinal Dalla Costa ai suoi preti: «Tenetela cara codesta vostra veste che è un sacramentale e, giunti alla sera, baciatela, perché è la nostra divisa che tanto ci aiuta!»
Difficile davvero dimenticare quel prete: “sereno, sorridente, eppure austero / nel suo vestito nero...”, nei momenti tragici della nostra città: le calamità naturali, gl’incidenti, i delitti, le morti improvvise; quei poveri corpi, coperti pietosamente da un lenzuolo, ai bordi della strada, il dolore straziante dei familiari, la gente che, intorno fa capannello bisbigliando e, poi, all’improvviso, il silenzio, gli uomini si tolgono il cappello, in molti si fanno il segno della croce: arrivano i “fratelli” della Misericordia con la cappa nera, la “buffa” sulla testa, la corona del rosario al fianco e, in mezzo a loro, don Stefani con la cotta e la stola viola: «Ecco il cappellano della Misericordia... meno male che c’è don Stefani!» Sì, eccolo per portare al defunto l’ultima benedizione, l’amicizia con il Signore, eccolo per consolare i dolenti e per raccogliere e consegnare alla Madonna le loro lacrime, le loro angosce, le loro pene... Nessuna di quelle lacrime andrà persa di fronte al Signore...
Quando, con il loro cappellano, passavano, per le strade di Firenze, i fratelli della Misericordia c’era, allora, nella gente, lo stesso rispetto e la stessa devozione di quando passava, in processione, il SS. Sacramento.
Arrivato a Firenze, esule, don Luigi dovette pensare non solo alla sua famiglia ma anche ai suoi fratelli giuliano-dalmati esuli anch’essi che, in massima parte, vennero “depositati” (come si deposita la merce) nel freddo edificio di Santa Reparata dove vissero miseramente, da cittadini esemplari, in mezzo ai cartoni che dividevano i vari alloggi di fortuna, come testimonia in un toccante e delicato libro Miriam Andreatini Sfilli: Flash di una giovinezza vissuta tra i cartoni (34); e in mezzo a quei profughi.
«Io ho vissuto — ricorda don Stefani — ed ancora sto vivendo la tragedia degli esuli e posso parlare... con sicura esperienza... Ho visto durante la guerra, gli esuli sloveni nel campo di Arbe in Dalmazia, li ho visti arrivare ed ho condiviso con loro tutta l’amarezza dell’esilio. Ho visto, dopo la guerra, gli esuli giuliani e dalmati, strappati dalle loro terre con violenza, li ho visti braccati come cani ed insieme con loro ho sofferto e soffro...»
Aveva ancora vivo, nel suo cuore, il cappellano della Misericordia, quei suoi tre alunni (giovanissimo insegnava lettere nel seminario di Zara) spogliati, quindi evirati, con i genitali in bocca e, ancora vivi, incoronati di spine e gettati nelle foibe... quando ancora non si poteva neanche parlarne quel prete coraggioso raccontava cos’erano le foibe, lo sterminio di massa, insomma cos’era il Comunismo.
Mi ricordo nel 1969, al Palazzo dei Congressi, un Convegno sulla tragedia dei giuliano-dalmati con Alfonso Ughi, Fulvio Apollonio e lo stesso don Stefani: gl’infoibamenti collettivi, le urla e i pianti nella notte quando i morituri venivano prelevati dalle loro case portati con i camion sul luogo dell’esecuzione e gettati in quelle ampie voragini che sprofondano per centinaia di metri nel sottosuolo carsico e la tecnica dell’infoibamento è ampiamente collaudata, vengono prima spogliati, poi legati con il fil di ferro, in colonna sull’orlo del burrone, basta una raffica ai primi che trascineranno anche gli altri dentro... e quegli infelici, legati insieme, precipitano e agonizzano accanto ai morti, per giorni la gente dei dintorni udrà i lamenti venire da sottoterra... spesso i criminali con la stella rossa si divertono: «Chi riesce a saltare dall’altra parte sarà risparmiato» e qualcuno prova a saltare ma precipita nel baratro, i pochi che ci riescono vengono abbattuti a fucilate... non dovevano rimanere testimoni. E poi il ricordo della villa di Segré dove la “Guardia del Popolo” faceva fare combattimenti tra i prigionieri e per punizione si immergeva la testa del malcapitato dentro il secchio delle feci e dell’urina. Lì la prof.ssa Elena Pezzoli, tra l’altro, membro del CLN, viene prima, a turno, violentata, poi torturata a lungo, quindi per “occultare ogni prova” gettata in una foiba.
Quando nel 1956 scoppia la rivolta popolare in Ungheria, gl’insorti, per prima cosa, liberano il Cardinale József Mindszenty, che era stato arrestato dalla polizia comunista nel 1948, e lo portano in trionfo per le vie di Budapest al grido: «Noi siamo il popolo di Mindszenty»... Quando le persone, insieme a ogni anelito di libertà, verranno schiacciate sotto i cingoli dei carrarmati sovietici, il “cardinale d’acciaio” troverà rifugio nell’ambasciata americana, fino al settembre 1971 quando, in seguito a infami trattative, fatte dal Vaticano, alle spalle dell’eroico cardinale, con il regime comunista, sarà costretto, contro il suo volere, ad espatriare recandosi prima Roma poi a Vienna dove concluderà la sua tormentata vicenda umana.
Quell’infamia “conciliare” passata sotto il nome di “Ostpolitik” venne denunziata dal padre gesuita Ulisse A. Floridi, per molti anni collaboratore della rivista “Civiltà Cattolica”, Docente alla Fordham University, in un libro che fece molto rumore: Mosca e il Vaticano: i dissidenti sovietici di fronte al “dialogo” (35) dove si racconta, con dovizia di prove, il tradimento di tanti vescovi, d’accordo con il Vaticano e conniventi con il regime comunista, autori di lettere pastorali, che si rifacevano al documento conciliare Gaudium et Spes, e che invitavano i cattolici all’obbedienza e alla sottomissione. Documenti preparati insieme ai vertici religiosi e ai rappresentanti del Consiglio per gli Affari religiosi mandati espressamente da Mosca... pagine atroci dunque quelle del Floridi dove si denuncerà il «dialogo politico-ecumenico tra Roma e Mosca (e) l’ombra di più di cinque milioni di cattolici ucraini cui il regime sovietico ha tolto la libertà di religione, obbligandoli a entrare nella Chiesa ortodossa russa.»
Quando dunque scoppia la così detta rivoluzione ungherese, nel 1956, don Stefani, a differenza di un Occidente vile che non sa con chi schierarsi, fa la sua scelta di campo e si muove velocemente, in quel novembre del 1956, andando subito ad accogliere un folto gruppo di profughi al posto di confine di Hegyeshalom, portando dietro tanti aiuti concreti offerti dal cuore, come sempre assai generoso, dei fiorentini.
Questa fu la sua linea e nel cardinal Joseph Mindszenty ebbe la sua stella polare e al cardinal Mindzsenty e ad Alexandr Solzenicyn dedicherà, con una suggestiva copertina di Angela Cecchi Tanturli, un libro di oltre quattrocento pagine: Sradicati (36) con una prefazione coraggiosissima (e chi visse quei tempi lo sa bene) del senatore Giuseppe Vedovato, Presidente dell’Assemblea del Consiglio d’Europa e Ordinario di Storia nell’Università di Roma, che è un atto d’accusa contro i cedimenti al Comunismo:

... i popoli liberi troppo spesso hanno creduto in un’interpretazione filosofica e sociale del Cristianesimo o nel suo superamento. Essi si illudono di identificare o salvaguardare la libertà in un materialismo egoista che annienta l’intelletto e lo spirito. E non si accorgono di diventare vulnerabili perché cessano di essere fedeli a Dio e a Cristo nella tradizione civile plurimillenaria delle loro nazioni... vano è poi pensare che associandosi, in qualsiasi modo, alla soppressione della verità, si possa salvaguardare la medesima verità là dove è perseguitata o là dove è minacciata... E la prima verità per l’Occidente è sempre il Cristo, nella sua parola, nel Suo sacrificio, nella Sua resurrezione.

Un “J’accuse” che se al posto di “materialismo”, nel quale si individuava, allora, l’essenza del Comunismo, si mettesse “mondialismo” si sarebbe, pari pari, alla situazione odierna da quando, il Comunismo — come hanno spiegato Augusto Del Noce e Roberto de Mattei — ha avuto la sua metamorfosi trasformandosi in un partito radicale di massa legato ai così detti “poteri forti”.
Ecco, un personaggio come don Stefani dovrà convivere con un cattolicesimo fiorentino “rosso” in cui troviamo personaggi come padre Balducci, don Borghi, don Milani, don Enzo Mazzi e la Comunità dell’Isolotto, don Caciolli, don Gomiti, don Salucci, Mario Gozzini e, non ultimo — bon gré, mal gré — Giorgio La Pira.
Si sapeva già allora dei crimini del Comunismo e di quella esecrabile dittatura del tiranno Stalin e si sapeva anche dei duecento milioni di morti, eppure Giorgio La Pira la mattina del 6 marzo 1953, tre anni prima dell’insurrezione ungherese, si recò all’ufficio postale e scrisse un telegramma indirizzato all’allora Ambasciatore sovietico a Roma S.E. Mikhail Kostylev - Ambasciatore URSS - Via Gaeta, 5 - Roma.
Immaginiamo che quando Kostylev lesse quel messaggio abbia più volte sobbalzato sulla sedia: «Nome città di Firenze e mio personale mi inchino riverente et pensoso davanti alla salma dello statista scomparso et elevo per lui preghiera al Padre Celeste ed alla Madre di Cristo tanto amata et venerata dal popolo russo. La Pira Sindaco di Firenze.»
Lo statista scomparso era nientemeno che Stalin.
Commentò l’evento su “Realtà Politica” don Luigi Migliorini: «Il Sindaco La Pira che spedisce a spese dell’erario, in mezzo mondo, messaggi ai fedeli lacchè del Comunismo internazionale, stavolta ha inviato un bel telegramma al re dei criminali: Stalin, al cospetto della cui salma si piega riverente e commosso... ogni commento guasterebbe, ma veda un po’ il Sindaco Santo di inviare, non dico un telegramma, ma almeno una cartolina postale al Cardinal Mindszenty da anni prigioniero dei seguaci dei suoi amici comunisti di Oltrecortina.»
Eppure il rapporto tra La Pira e don Luigi Stefani fu ottimo: ho sotto gli occhi una bella foto in bianco e nero degli anni Cinquanta con don Stefani che tiene sottobraccio il Sindaco di Firenze, sono entrambi sorridenti e soddisfatti, perché il Sindaco è andato nella sede dei giuliano-dalmati (ad andare in quella sede negli anni Cinquanta si veniva etichettati come “fascisti”) di cui il sacerdote zaratino è presidente, per discutere i problemi di quella gente e Giorgio La Pira dette sempre il suo contributo per risolverli.
Ecco, io che non ho mai avuto simpatia per Giorgio La Pira, ricordo però il tabernacolo, con l’Annunciazione dell’Angelo a Maria, fatto mettere dal Sindaco all’ingresso della città e, siccome io, ho viaggiato per quarant’anni, ho sempre visto, arrivato alle divaricazione delle due strade (la Panoramica e la Bolognese Vecchia) il tabernacolo con la scritta ben visibile: “AVE MARIA! REGINA DI FIRENZE”... quale sindaco avrebbe il coraggio, ora, di farlo?

Nell’ottobre del 1955 allorché il ragazzo Ferruccio Ferrari, in seguito alla vincita di un concorso lanciato da “Il Vittorioso”, ebbe per premio un viaggio a Stoccolma, Giorgio La Pira gli affidò un messaggio da leggere al popolo svedese (e fu letto in TV) nel quale augurava ai giovani svedesi: «... che possiate crescere, avendo nel cuore la pace che Dio dona ed avendo, nella famiglia e nella società, un clima affettuoso di pace e di amicizia fraterna» e quando don Luigi pubblicò un volumetto con l’avventura di quel viaggio, La Pira scriverà, tra l’altro: «Caro don Stefani... sono i ragazzi di oggi gli autori ed i responsabili della storia di domani! I ragazzi di oggi... radicati nella loro città, amanti delle loro tradizioni, ricchi dei loro valori passati ma già aperti verso le altre città... già ricchi di speranza e di valori che fioriranno domani... Noi passiamo, le generazioni trascorrono, i secoli si inseguono, ma questa grazia di Cristo e questa civiltà di Cristo, resta come parole che non finiscono: — il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno — con affetto La Pira.»
Il quale La Pira, prima come Sindaco, poi come parlamentare e semplice cittadino, fu sempre presente alle manifestazioni culturali del vulcanico don Stefani che intraprendeva con il suo centro di cultura “Lo Sprone” — e in campo artistico non era dogma di fede essere d’accordo con don Luigi — ma soprattutto era presente alle funzioni religiose di don Luigi, a cominciar da quell’ora di adorazione nella Cappella della Misericordia del giovedì pomeriggio.
«La Pira — mi diceva don Stefani — sapeva ascoltare, e ascoltava tutti; era incredibile la sua disponibilità, sempre pronta, instancabile: avrebbe voluto esaudire i desideri di tutti. Non Riusciva a dire di No!»
E poi se è pur vero che vide nel Concilio una nuova Pentecoste, non fu però un giacobino nel campo della liturgia... anzi ebbe molto rispetto per la vecchia liturgia, cantava ancora i vespri a “una voce”, nelle processioni era sempre, devotamente, dietro al Santissimo, si potrebbe definire, proprio in campo liturgico, se non un tradizionalista un buon conservatore; in San Marco il Sindaco di Firenze aveva una scorta di catechismi di san Pio X che regalava alla gente dicendo: «Ecco la teologia è tutta qui, in questo libretto che andrebbe imparato a memoria.»
Per quanto, a riguardo gli equivoci che in campo politico, La Pira poteva creare e soprattutto per quel delirante telegramma per la morte di Stalin, don Stefani diceva: «È vero, molte volte può essere frainteso... insomma anche nel telegramma a Stalin non disse nulla di scandaloso: di fronte a un morto, chiunque esso sia, ci si inchina, riverenti, e inoltre chi, più di Stalin, aveva bisogno della Misericordia Divina e dell’intercessione della Madonna che era, nonostante lui, tanto cara al popolo russo?...»
Beh! È proprio vero che è molto facile trovar giustificazioni per le persone a cui si vuol bene!
Ogni tanto presso la chiesa della Misericordia, don Luigi celebrava (sempre nel rito antico!) la Santa Messa per qualche associazione combattentistica e d’Arma: era stato Cappellano militare della Divisione alpina Tridentina nei Balcani, impegnato in Albania e in mezzo ai suoi soldati, con il Crocifisso in pugno e col suo cappello da alpino in testa, con il quale ha voluto esser seppellito, insieme alla talare che mai aveva dismesso.
Si legge in una breve biografia di un gruppo di amici che lo hanno ricordato nell’ottobre del 2011: «Dalle operazioni belliche dei fronti albanese, montenegrino e croato torna in Dalmazia, all’isola di Arbe, ove svolge opera di cappellano militare presso il locale Presidio. Qui il Comando tedesco ha installato un grande lager, per i prigionieri politici e non, donne e bambini compresi. Le inumane condizioni di vita che costringono tante creature a una convivenza piena di stenti, di malattie, in uno stato di privazioni e di disagio per molti insuperabile, coinvolgono questo generoso cappellano militare in un nuovo grande slancio d’amore e di passione. Egli si cala in mezzo alle loro sofferenze e al loro dolore con coraggio e abnegazione: affronta e supera divieti e restrizioni, sfida minacce di morte che gli provengono dal Comando tedesco, portando ogni sorta di aiuto morale e materiale.»
Con la stessa “pietas”, con la stessa sollecitudine e cura, con lo stesso amore con cui aveva chiuso gli occhi ai soldati italiani, ai quali aveva portato il Cristo, come viatico per l’ultimo viaggio, con lo stesso fraterno affetto con il quale aveva raccolto le ultime volontà dei ragazzi con il cappello alpino che se ne andavano in cielo, ora assiste questi “fratelli” che avrebbero dovuto essergli nemici... c’era chi lo ricordava sempre a giro per l’isola con due grandi valigie pregando e convincendo famiglie e negozianti locali a farsi dare cibo e mezzi di sostentamento. Quando, arriva don Luigi, il cappellano militare, con la penna in capo, i ragazzi gli corrono incontro e gli fan festa, ovunque lui porta del cibo o dei vestiti, quando può, un sorriso e una parola di conforto, sempre.
Non altrimenti fecero gli altri cappellani militari, ovunque si trovassero e don Rino Bresci in Gere e la Resistenza nel Mugello ricorda come, attraverso il cappellano militare tedesco (era austriaco e con lui comunicava in lingua latina) riuscì ad evitare tante calamità al suo Mugello.
Successivamente, dopo che il nostro cappellano della “Tridentina”, ha abbandonato la sua terra, il governo Jugoslavo gli offre un riconoscimento, un attestato di partecipazione alla guerra di liberazione — dopo che centinaia di persone avevano testimoniato l’opera del sacerdote dalmata nel campo di Arbe — ma lo rifiuta: aveva negli occhi e nel cuore il ricordo di una mattanza, delle decine di migliaia di persone che erano state massacrate, morti, allora come oggi, considerati di serie b, perché italiani, perché trucidati dal regime comunista titino.
La cosa che ora più irritava don Stefani erano le discriminazioni: chi ha combattuto dalla parte giusta e chi dalla parte sbagliata. No, chi ha combattuto, da qualsiasi parte, merita rispetto e onore, un fatto di civiltà, una meta religiosa e civile del vivere e del convivere... eppure c’è ancora chi discrimina i combattenti e chi discrimina i poveri morti...

Nell’anniversario della Conciliazione tra Stato e Chiesa, si sono riuniti ieri, presso l’Istituto della Sacra Famiglia in via Lorenzo il Magnifico, i cappellani militari in congedo della Toscana. Al termine dei lavori, su proposta del presidente, della sezione don Lamberto Cambi, viene approvato un o.d.g: «I cappellani militari in congedo della Regione Toscana, nello spirito del recente congresso nazionale dell’Associazione svoltosi a Napoli, tributato il riverente fraterno omaggio a tutti i caduti d’Italia, auspicando che abbia termine, finalmente, in nome di Dio, ogni discriminazione e ogni divisione di parte di fronte ai soldati di tutti i fronti e di tutte le divise, che morendo si sono sacrificati per il sacro ideale della Patria. Considerano un insulto alla Patria e ai suoi caduti la così detta “obiezione di coscienza” che estranea al comandamento cristiano dell’amore è espressione di viltà. (37)


Il presidente dei cappellani della Toscana, come appunto si evince dall’o.d.g pubblicato da “La Nazione”, era don Lamberto Gambi, recentemente scomparso, ex cappellano militare, autore di un Diario di un cappellano alpino (38), un libretto di ricordi di guerra, pieno di spunti per le meditazioni quotidiane, che tanto bene ha fatto alle anime: don Lamberto era un prete schivo, modesto, portato alla meditazione e al nascondimento... stava in una parrocchia dimenticata da Dio e dagli uomini, e ci stava volentieri perché lì il Signore l’aveva mandato, per prendersi cura delle cento anime di Fornello.
Cominciò il fuoco concentrico sui cappellani militari autori di un così nobile comunicato ma che in quei tempi pre-sessantotteschi fece sì che le vestali del “pacifismo” vile si stracciassero le vesti; ad aprire le ostilità fu don Milani al quale non andava bene che cessassero le discriminazioni «e ogni divisione di parte di fronte ai soldati di tutti i fronti e di tutte le divise» per cui scrisse la famigerata lettera ai Cappellani militari della Toscana nella quale dirà subito facendo parlare il suo spirito di classe: «se voi (cappellani militari)... avete il diritto di dividere il mondo tra italiani e stranieri allora vi dirò che... io non ho Patria e reclamo di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri sono i miei stranieri.»
Poi don Milani ci dice che nel «1860 un esercito di napoletani... tentò di buttare a mare un pugno di briganti che assaliva la sua Patria... Per l’appunto furono i briganti a vincere. Ora ognuno di loro ha un monumento in qualche piazza d’Italia come eroe della Patria» e rivolgendosi ai cappellani militari: «avete detto ai vostri ragazzi che quella guerra (1915-1918) si poteva evitare? Che Giolitti aveva la certezza di poter ottenere gratis quello che poi fu ottenuto con 600.000 morti?»
E come no, peccato però che queste cose fossero state già dette, rispettivamente, duecento e cento anni prima e precisamente da Pio IX e da Benedetto XV (“mai più un giorno in trincea”)... pontefici preconciliari, figli della vecchia Chiesa che non piaceva a don Milani il quale, proprio in mezzo a quella “inutile strage”, come ebbe a definirla lo stesso Benedetto XV, avrebbe voluto togliere a quei giovinetti anche il conforto dei loro cappellani...
Quindi il priore di Barbiana parte, lancia in resta, all’attacco di quella “Crociata” di liberazione che “ridette Dio alla Spagna e la Spagna a Dio” perché lui è dalla parte dei miliziani rossi assassini che disseppellivano frati e suore, che fucilavano le statue della Madonna e del Sacro Cuore, che martirizzavano i sacerdoti e i fedeli al Papa: «Nel ’36 — scrive don Milani — 50.000 soldati italiani (partirono) ad aggredire l’infelice popolo spagnolo...»
Insomma lasciamo stare ogni commento, giudicherà chi conosca il martirologio della Chiesa durante il conflitto contro le orde dell’ateismo internazionale. Poi dopo aver detto che tutte le guerre sono ingiuste il prete di Barbiana afferma: «Ma in questi cento anni di storia italiana c’è stata anche una guerra “giusta”... l’unica che non fosse offesa delle altrui Patrie, ma difesa della nostra, la guerra partigiana.»
Ora bisognerebbe ricordare che la guerra partigiana fu una guerra civile, e la guerra civile è la cosa più orrenda che possa esistere, una guerra tra italiani, tra fratelli, piena di episodi tragici che, a distanza di quasi settant’anni ancora fanno sobbalzare; bisognerebbe ricordare che gli animi più elevati, e don Luigi Stefani e gli altri cappellani militari furono tra questi, durante la vita si batterono per una pacificazione nazionale, per la concordia, quella concordia nazionale che auspicava, dal suo esilio di Cascais, Umberto II.
Ecco i cappellani militari, e don Stefani che, subito, fu preso come simbolo del “guerrafondaio”, auspicavano, senza entrare in offensive contrapposizioni tra quale fosse stata la parte “giusta” e la parte “sbagliata”, che finalmente il 25 aprile non fosse un giorno di divisione ma un ricordo di tutti coloro che combatterono per la Patria e che si potesse andare, finalmente, al cimitero ad onorare tutti i caduti, quei ragazzi che scelsero la via dell’onore andando a combattere in montagna con la Resistenza e gli altri, in grigioverde, che — lo disse l’allora Presidente della Camera Luciano Violante — scelsero quella che, anche per loro, fu la via dell’onore, e andarono ad arruolarsi nella R.S.I.
Don Stefani, quando, incaricato da qualche associazione o parente, doveva celebrare una Santa Messa per un caduto usava sempre questa formula: «Santa Messa in suffragio di N.N. morto in ... ecc. ... e per tutti coloro che caddero per la loro Patria.»
Per quanto riguarda l’obiezione di coscienza sarà bene ricordare che ci si riferisce sempre alla legittima difesa, ovvero a quella che il Magistero perenne e infallibile della Chiesa definisce la “guerra giusta”, che il pericolo comunista allora esisteva davvero e che era nostro diritto e dovere difendersi da esso (e chi ha vissuto quegli anni sa bene che, più volte, abbiamo rischiato di avere un “regime di terrore” e di divenire uno dei tanti paesi schiacciati dal tallone sovietico... in un’epoca in cui le opere dei dissidenti venivano messe al bando, un periodo che ben descrive lo scrittore Mario Corti nel suo Il Cavallo Rosso) e che allora “fare obiezione” di coscienza — come invitavano a fare i radicali e i comunisti — significava rifiutare la legittima difesa. Se durante una rapina uno non difende la propria famiglia come chiamarlo se non vile?
Quindi inizia a “sparare” (e quel che è peggio anche sui morti) quel p. Balducci, che poi troveremo nelle liste della P2 pubblicate da Mino Pecorelli, il quale non se la prende soltanto con i cappellani militari, ma con “i crimini bellici razzisti fatti dai cattolici”, definendo la Chiesa — tout court — “corpo di peccatori” con accuse infami nei confronti del “Pastor angelicus”, Eugenio Pacelli, il venerabile Pio XII, il cui nome cristiano Eugenio, verrà scelto dal rabbino capo di Roma Israel Zolli quando, dopo la guerra, riceverà l’acqua lustrale del Battesimo, per ciò che quel grande pontefice aveva fatto per gli ebrei.
Un gruppo di cattolici fiorentini, allievi di Attilio Mordini, denunziò lo scolopio per “vilipendio alla religione” e p. Balducci verrà condannato.
Una pagina nera per il cattolicesimo fiorentino che un corsivo de “L’Osservatore Romano” così chioserà: «alcuni che pur si dicono cattolici e che, per conformismo al non conformismo, spendono nome e parole, magari in termini di angoscia problematica, ad avallare campagne che, nell’offesa alla memoria di un grande Pontefice, hanno di mira ben altri scopi», quindi la nota continuava ed accennava ad altri tipi di dialogo «ben diverso da quello a cui esorta Paolo VI...» e qui naturalmente si colpivano certi circoli, ben identificati, del cattolicesimo “rosso” fiorentino.

* * *

Nei giorni caldi della polemica tra don Milani e i cappellani militari don Luigi Stefani, dopo una sua conferenza in cui aveva parlato dell’importanza del perdono, raccolse una sfida di alcuni giovani del Fraterno Soccorso: «Ma Lei, padre, sarebbe capace di perdonare don Milani, di andare a trovarlo, di incontrarsi con lui?...» e don Stefani disse che non aveva da perdonare don Milani in quanto, se anche c’erano state offese, lui le aveva già dimenticate e che, comunque, sarebbe andato a Barbiana a incontrarlo.
Con i due personaggi (che lo avevano mal consigliato!) all’indomani partì per Barbiana con la sua “850” e che cosa poteva portare un professore di scuola media ai ragazzi di don Milani (anch’egli docente) se non quaderni, penne, matite, album, ecc.? E così, dopo aver riempito la macchina di quello che oggi si chiamerebbe materiale didattico, si presentò a don Milani che era a far scuola in mezzo ai ragazzi: «Guardi don Milani, io sono don Luigi Stefani, dopo le vicende di questi giorni, dopo le polemiche, vorrei, da fratello nel sacerdozio, abbracciarla, stare con lei e con i suoi ragazzi, mettere una pietra sopra tutto ciò che è stato detto...»
Sobbalza don Lorenzo Milani e ammicca: «Vedete ragazzi ecco il capo dei cappellani militari fascisti... ora fatevi spiegare chi sono i suoi padroni... vedete lui è uno di quelli che portava a morire i figli dei poveri...» e via un fiume di offese e di sarcasmi, di classismo da quattro soldi. Don Luigi, immobile, in talare come il suo giudice, non batte ciglio, sta lì, fermo, davanti a Caifas che gli sta intentando un processo popolare, umiliante, ingiusto, di fronte ai ragazzi che ora non ridacchiano più ma che, forse colpiti dalla compostezza di don Stefani, stanno in silenzio, attoniti, mentre, l’altro, il “Maestro” continua con le sue insolenze «... fatevi dire dove li portava a morire...»
Son passati pochi minuti e son sembrati lunghe ore d’angoscia. Il processo popolare è terminato e il “pacifista” attende, invano, una qualche reazione dell’altro, “il violento”, che non fa parola: si allontana, va alla sua macchina, scarica in chiesa quello che avrebbe voluto consegnare ai ragazzi di Barbiana e, prima di partire, si raccoglie in preghiera, senza odio, senza rancore, sentimenti che disonorerebbero la sua veste nera.

* * *

Per quasi trent’anni cappellano della nostra Misericordia e insegnante prima di religione alle superiori, poi, di lettere, alle medie. Era un prete di grande carisma e non c’è alunno, al di là delle proprie convinzioni politiche o religiose, che non ricordi il suo vecchio professore: se gli occhi sono lo specchio dell’animo io vedo l’animo di don Luigi e delle sue alunne di Pozzolatico in una fotografia in bianco e nero che ho sotto gli occhi. Sono sorridenti, un sorriso smagliante, vero, che quasi ti fa provare un senso d’invidia a non essere della partita, a non esser lì, in mezzo a loro.
Ai suoi alpini, ai suoi ragazzi, dedicava i libri che scriveva, approfittando di qualche briciola di tempo tra un colloquio e un altro che, a sera, dalle 18 alle 20, dopo una giornata di insegnamento e di intenso apostolato, avvenivano, in quella stanzuccia in fondo alla sala di vestizione della Misericordia... Ogni sera c’era la fila: alunni o ex alunni, gente che don Luigi beneficiava, fratelli o sorelle della Misericordia, poeti e poetesse, pittori e pittrici in erba della Piccola Accademia de “Lo Sprone”, i ragazzi del Fraterno Soccorso, professionisti e popolani... e ognuno aveva da chiedere qualcosa, e sarebbe, volentieri, rimasto ore a parlare con don Luigi che, però, aveva il tempo contato e, tra una persona che usciva e un’altra che entrava, si sentiva il ticchettio della macchina per scrivere... che poi taceva: «Don Luigi vorrei farle leggere quest’ultima mia poesia... don Luigi domani mi tagliano i fili della corrente... don Luigi non potrebbe mettere una buona parola a scuola con il prof. ... sa mio figlio è un po’ ciuco... don Luigi vorrei che celebrasse una Santa Messa per l’anima di... però mi raccomando, come fa sempre Lei, in latino...»
Anche dopo il Concilio, da buon alpino, tenace, don Luigi non ha ceduto: celebra la Santa Messa “rivolto al Signore” — se oggi nella chiesa della Misericordia c’è ancora quell’artistico altare e non quel trespolo, tipo “tavola calda”, lo si deve a don Stefani — in latino: «La Messa della mia ordinazione.»
Celebra lì, a tre passi dalla Curia; c’è chi ogni tanto, ignorando l’affetto reciproco che lega il cardinal Florit a don Luigi, va su, in Curia, a soffiare sul fuoco: «Don Stefani non segue i dettami del Concilio... don Stefani dice la Messa vecchia... don Stefani celebra la Messa dei defunti con i paramenti neri»; sono le “madamine” conciliari e clericaloidi di una Firenzina provinciale, moccicosa, pettegolina e gelosa, come le definiva il sen. Giovanni Spadolini e come tuttavia le definisce il Conte Capponi, che, durante la giornata, frequentano i dietro coro e le sagrestie e che abbassano la nostra Santa Religione a pettegolezzo di corte o, visti gli elementi, di cortile.
Perfino il provveditore della Misericordia (ahi, come rimpiangeva, don Stefani, i vecchi provveditori: Valfrè Franchini o il Marchese d’Afflitto!), più realista del re, lo richiamò al rispetto dei “dettami conciliari” (sic!), seguito, a ruota, dai “prelati” del Magistrato; non così il nostro cardinale che non oppresse don Stefani e lo lasciò libero di celebrare il rito antico, con qualche “concessione” alle serve!
Così don Stefani andò avanti, per sempre, con quel suo “onorevole compromesso”, come lui lo chiamava: celebrava rivolto al Signore e la prima parte la leggeva in italiano (ma non volle, mai, i lettori all’altare) compreso il Vangelo, quindi celebrava, fino in fondo (comprese le tre Ave Marie e la preghiera a san Michele Arcangelo), secondo il rito romano antico.

Ogni sera alle 18 e ogni domenica alle 10 c’era la “Messa di don Stefani”, affollatissima e, dopo, la coda, in sagrestia, delle persone che volevano parlare con lui, che comunque era disponibile, sempre, un’ora prima della celebrazione, per le confessioni (sì, perché per fare la Comunione, almeno che non si voglia far sacrilegio, c’è bisogno, prima, della confessione!).

Chi va alla Messa da “don Stefani” (come io ci vado ogni domenica e la chiesa è sempre gremita) — scrive Tito Casini — nota una cosa: che ai suoi vangeli è impossibile distrarsi. Impossibile per ciò che dice e per come lo dice. Quello che dice è precisamente il Vangelo — il vero, l’autentico Vangelo di Nostro Signor Gesù Cristo tramandatoci dalla santa nostra Chiesa Cattolica — e il come è quel calore, effetto di convinzione e di amore, che Orazio esigeva dal poeta per commuoversi, per “piangere”, alla lettura dei suoi versi: “Si vis me flere flendum est primum ipsi tibi”; quel calore, sempre effetto di credere e di sentire, che gli fa, a volte, senza che lo voglia e che se n’avveda, “alzare la voce”, confermando il detto di un altro autore latino, Giovenale: “Facit indignatio versum”: sdegno il suo, zelo della casa o della causa di Dio che ha nel Vangelo i suoi esempi in vigorose frustrate non soltanto verbali.

Le riunioni del Consiglio direttivo dell’Associazione “Una Voce” per la salvaguardia della liturgia latino-gregoriana si tenevano, in genere, o nello studio di professionisti che erano nel Consiglio, o presso la Galleria d’Arte “Lo Sprone” di cui don Stefani era Direttore.
Quasi ogni sera, nei primi anni Settanta, i cortei studenteschi passavano davanti alla sede della Misericordia e i sessantottini, quando, con il volto coperto, non erano impegnati in furiosi “corpo a corpo” con la polizia o non erano intenti a disselciare le strade per lanciare sampietrini contro le camionette delle Forze dell’Ordine, scandivano i loro slogan: “Celerini assassini”, quindi, rivolti ai Carabinieri del Battaglione mobile: “Camerata, basco nero, il tuo posto è al cimitero!” e ancora: “Dieci, cento, mille Ramelli, con la sbarra tra i capelli!”, quindi “Cloro al clero!” “Il corpo è mio e lo gestisco io!”... erano i tempi tristi della contestazione studentesca, e non solo.
Le Università sono ridotte a bivacchi, dove, durante la notte, si svolgevano “ammucchiate” (e la mattina i bidelli raccoglievano i profilattici usati) di tutti i generi... in vista di un nuovo matrimonio e di un nuovo concetto di famiglia, i docenti umiliati, costretti a dare il “voto unico garantito” che veniva stabilito dall’assemblea.
Dalle scuole medie sparisce il latino, si accede a qualsiasi facoltà universitaria anche con il diploma di operaio specializzato, alle scuole elementari e, subito dopo alle medie, i discenti danno del “tu” ai docenti, non c’è più gerarchia di valori...
Nella Chiesa succede lo stesso e, all’Isolotto, si tengono le “assemblee del popolo di Dio”, un dio fatto a immagine e somiglianza dei contestatori (“né padroni, né dio, né religioni”) e, durante le assemblee, fatte in chiesa, e si offre a Dio, come incenso, il fumo degli spinelli, quella droga che, già allora, si voleva libera...
È il periodo della “Morte di Dio” come recitava una canzonetta allora in voga: “Dio è morto” che veniva cantata nelle balere... poi la lotta armata, l’angoscia che, ogni sera, ti prendeva quando veniva spiattellato l’ormai usuale bollettino di guerra.

Dio, che ci tormenti
e ci rubi la pace

abbiam fabbricato
con le nostre mani
bastioni di pietra
e i paradisi ce li da’
la droga
a piene mani

resta nel tuo cielo
lasciaci in pace;
il nostro mondo
ride di te.

Così scriveva don Luigi Stefani in una poesia che ben rifletteva il pensiero dei ragazzi di allora: lui aveva davanti ogni volto e, direi, ogni cuore dei suoi alunni e delle sue alunne (ed erano stati centinaia e centinaia) e di ciascuno indovinava i tormenti, le domande, le angosce: «Cara ragazza mia, non so chi tu sia, non ti conosco, ma Dio ti è vicino, è con te; è nel tuo cuore, basta cercarlo per trovarlo...»
E per i suoi alunni, per i suoi ragazzi, per i suoi ex allievi don Luigi era sempre disponibile ma parlava chiaro, senza cercare di lusingare, parlava con quel “sì sì no no” evangelico che è lontano anni luce dalla “neolingua” sessantottina e conciliare:

Un vuoto di generazioni esiste, non c’è dubbio. I giovani mancano di continuità storica — scrive don Stefani nel giugno del 1973 — e si trovano smarriti quando sentono i loro padri, di cui non intendono più neanche il linguaggio. Un filo è stato spezzato, non si sa se per idiozia o per cattiveria.
Certi insegnanti, certi preti, certi magistrati, certi uomini politici hanno inquinato le coscienze dei giovani...
Ci sono i contestatori. E stare dalla loro parte è molto comodo, fa progresso, fa apertura, fa anche Concilio. Io non posso, è vero, mettere in discussione la libertà di chi dichiara di voler cambiare il mondo; ma nego il diritto della libertà a coloro che vorrebbero tutto distruggere...
Certo fare l’amore è più facile che fare la guerra. Questo è il motto di tutti i profittatori, degli scansafatiche, degli evasori dalla realtà e dal sacrificio. Ciò che pesa è il sacrificio... Strappare il diploma senza esami. Guadagnare senza lavorare... Un impegno duro che, giorno per giorno, strappi dall’anima e dal corpo lacrime e sangue, è un’assurdità per la mentalità dei giovani d’oggi...
La contestazione non è difficile. Dà anzi al contestatore una parvenza di serietà, di impegno... Il contestatore è pubblicizzato. E la pubblicità crea un problema inesistente. La pubblicità dà forma e sostanza ai fantasmi... (per cui) Se il mondo giovanile — prosegue don Stefani — non si riporta a Dio, è la rovina. Dio dà la misura alla loro vita, arricchisce la loro giovinezza, insegna loro il sacrificio. Li rende responsabili di fronte all’avvenire...
Se il credo religioso — conclude — continua ad essere marginale, come lo è oggi, io sono convinto che il mondo dei giovani sia senza speranza. (39)

A distanza di quaranta anni questa analisi di don Stefani è ancor più attuale di allora in tutta la sua drammaticità.

* * *

Nel 1972, centenario della fondazione del Corpo degli Alpini, dopo venti anni di insegnamento di religione all’Istituto Agrario, don Stefani fu nominato insegnante di ruolo di Lettere, per la prima volta dopo la laurea, nel Collegio di Pozzolatico uno dei centri di don Carlo Gnocchi il cappellano militare che, insieme a lui, nella stessa divisione alpina tridentina affrontò la prima sconfitta d’Albania. Ciascuno dei due cappellani aveva negli occhi e nel cuore l’angoscia per il dramma dei morti e dei feriti... i due si separarono: don Stefani destinato alla Croazia; don Carlo Gnocchi in Russia dove visse quella tremenda ritirata con i suoi soldati... la morte nelle nevi di Russia: Iulia, Italia, Cuneense, Tridentina...
Al ritorno in Italia gli si avvicina una povera donna: «Don Gnocchi, Le affido mio figlio, non so più come mantenerlo» e glielo mette per terra e fugge, e il bambino, in lacrime tenta di correrle dietro, con una sola gamba che strascica penosamente... e don Carlo se lo prende in braccio e se lo stringe al cuore, memore delle ultime parole che aveva raccolto dalla bocca dei suoi Alpini morenti: «Cappellano, non dimentichi i nostri figli!»
A Parma, a un suo ragazzo hanno amputate le gambe e tolto un bulbo oculare: «Quando ti vien da piangere cerca di offrire il tuo dolore... prepareremo una cassettina e quando uno di voi dovrà subire un nuovo intervento, cercherà di non piangere, offrirà il suo dolore, e allora potrà mettere una perla, una perla vera nella cassetta; e poi faremo, con tutte queste perle, una croce e la porteremo al Vicario di Cristo.»
Allora il Vicario di Cristo non portava la croce di ferro ma d’oro e di perle, donata dai bambini sofferenti che vedevano in lui, nel Sommo Pontefice, nel “Pastor angelicus” il caro padre terreno che ricorda loro quello celeste: Gesù.
Nascono in tutta Italia gli istituti “Pro Juventute” per i “mutilatini” di don Carlo Gnocchi e don Stefani sarà proprio nel suo Istituto a Pozzolatico a insegnare alle ragazze delle medie. E nasce così nel cuore del cappellano zaratino il desiderio di ricordare il compagno d’armi, l’amico fraterno, scrivendo una sua biografia, pubblicandola poi in un libro, a grande tiratura, per distribuirlo specie tra le ragazze dei Collegi di don Calo e tra i suoi alpini... è una biografia popolare scritta con l’impeto e la passione propri di don Luigi Stefani: Il Santo con la penna alpina: ricordo di don Carlo Gnocchi nel centenario degli alpini (40) avendo ancora in mente le parole che il papa, il Venerabile Pio XII, rivolse agli alpini superstiti dalla ritirata in Russia, ricevuti in udienza insieme al loro Cappellano don Carlo Gnocchi: «Eroi eravate tutti; ma lui, per giunta, un Santo!»
Don Luigi Stefani lo scrive “con un sentimento di gratitudine” nella speranza che “certe sofferenze, che attanagliano il corpo dei giovani” non debbano “far dimenticare colui che, per lenire quelle sofferenze, ha sacrificato la propria vita”.
Il libro fu distribuito dunque, in migliaia di copie, nei Collegi dell’Opera della “Pro Juventute” e ai raduni alpini e, dopo l’odio, seminato abbondantemente, nei confronti dei cappellani militari, la reazione a questo libro non si fece attendere e riproduciamo integralmente il volantino distribuito nelle scuole fiorentine:

STUDENTI
A proposito di un “libello” distribuito alle nostre compagne di Pozzolatico, riteniamo di dover sottoporre alla vostra attenzione lo “stile” e il “contenuto” a dir poco degno del più “squalificato pennivendolo clerical-fascista” che caratterizza questo “manifesto della più vieta propaganda reazionaria.»
Vogliamo qui riproporre solo alcuni brani per dimostrare quanto abbiamo detto sopra: (i brani sono riferiti ad un certo “don Gnocchi”: prete e fondatore della “Pro Juventute” di Pozzolatico)
«Tante cose sono cambiate a Firenze e in Italia. Sono stati commessi errori madornali. Una progressiva degenerazione sta avvelenando l’anima stessa della Patria.»
E segue: «Ti incontrerai con preti che hanno perduto la testa e che contestano l’autorità del Vescovo.»
Continua: «Vedrai derisi: gli ex Combattenti (nota nostra: si riferisce forse agli ex combattenti della repubblichetta fascista di Salò?), i cappellani militari; esaltati i così detti obiettori di coscienza, tu che vestivi con orgoglio il grigioverde e portavi con fierezza (sic) il tuo cappello alpino. Vedrai gettati nel fango il Sacro Valore della Patria.
«Anche nel tuo collegio è entrata la contestazione. Molte ragazze poliomelitiche che dovrebbero piangere di gratitudine pensando a te, non ne vogliono sapere (nota nostra: per fortuna!) la scuola esterna le ha avvelenate. Hanno perduto la fede (in che: in don Gnocchi?) Si sono lasciate strumentalizzare da chi ha diabolicamente strumentalizzato anche la loro infermità.»
Vi risparmiamo il seguito per non offendere il vostro spirito di sopportazione mattutino; vi basti pensare che vengono esaltate le banditesche imprese imperialiste in Etiopia, in Libia, Grecia, Albania, Croazia, e l’aggressione all’URSS (lì però ci si trovarono male!).
Questa è la “vera” e unica “strumentalizzazione” che le nostre compagne di Pozzolatico hanno subito, “strumentalizzazione” politica ed economica perché certa gente come lo Gnocchi, lo Stefani (l’autore del libello, e denunciatore di preti come don Milani, ecc.) o come la “democristiana” e “suora” M.D. Pagliuca (sfruttratrice di bambini) vivono e “ingrassano” approfittandosi della “complicità” del “governo”.
Leggendo certe cose non possiamo fare a meno di provare un profondo disgusto, non solo per i diretti interessati (Gnocchi, Pagliuca, Stefani, ecc..) ma anche per questa società che protegge “certa gente” ed ha la “spudoratezza” di professarsi “libera e democratica”.

Comitato Movimento Studentesco del Capponi
Via Guelfa, 64\r - Firenze
Cicl in proprio


Il linguaggio del volantino, l’intorbidare le acque, mescolando abilmente i nomi dei due cappellani alpini con quello della Pagliuca che non c’entra davvero nulla, quell’insinuare, quel fare false affermazioni: nel libro non sono, ad esempio esaltate le “banditesche” (come le chiamano “i cazzerellini tutto pepe e sale” del Movimento Studentesco) imprese coloniali o quella in Russia ma il valore dei soldati, il loro sacrificio, il loro dramma e quello delle loro famiglie, quel cercare di tirare in ballo e di far passare da martire don Milani che don Stefani non solo non lo denunziò, come falsamente si afferma, ma, anzi, con lui, in seguitò, dopo l’episodio del “processo popolare” non fece polemiche e cercò sempre di giustificarlo...
Cosa che del resto fece anche con don Mazzi: «... è accecato dall’odio di classe ma fondamentalmente è una persona buona e generosa, quando iniziò, all’Isolotto, i suoi sentimenti erano di sincera condivisione per i più poveri...»
Insomma se avessi voluto fare un’analisi del Sessantotto, del veleno sparso dai “Cattivi Maestri”, questo volantino vergognoso ne sarebbe stato un esempio esaustivo.
Apparvero altri tre ciclostilati, dello stesso tipo, a Pozzolatico e firmati da un fantomatico “Un gruppo di ragazze di Pozzolatico” dove si criticavano le idee “patriottarde e antistoriche” di don Stefani, il quale, riguardo a don Gnocchi, avrebbe “esaltato più il valoroso alpino che il sacerdote santo”.
Don Stefani ne rimase profondamente addolorato e, più volte, invitò, pubblicamente, per scritto, quel così detto “gruppo di ragazze di Pozzolatico” a incontrarsi con lui. Ci fu un rifiuto aprioristico ad ogni forma di dialogo, pubblico o privato. Anche l’anonimato e il rifiuto del dialogo furono caratteristiche costanti del Sessantotto.

Venne a Firenze, nel 1973, invitato dall’Associazione “Una Voce” a parlare sulla riforma liturgica, o meglio sulla devastazione liturgica, Nino Badano, allora il più grande giornalista cattolico, già collaboratore de “il Frontespizio”, de “La Fiera Letteraria” e de “L’Avvenire d’Italia”. Quello stesso Badano arrestato e mandato al confino in Calabria, quando diresse, giovanissimo “Il Giovane Piemonte” il settimanale della Gioventù Cattolica; partecipò, nel 1935, alla Guerra d’Africa sul Fronte Eritreo con la Divisione “Gavinana”; dal 1941 al 1945 prima alla guerra sul fronte greco poi, con la 9° Armata in Albania, seguendo infine la sorte dei militari internati in Germania.
Fu direttore de “Il Quotidiano”, il giornale cattolico di Roma, dal 1954 al 1964 soppresso, subito dopo il Concilio, appunto perché cattolico. Direttore poi de “Il Giornale d’Italia” dal 1966 al 1969.
Quando venne a Firenze era un famoso editorialista del quotidiano “Il Tempo” e raffinato scrittore... ora, naturalmente in odor di “reazionario” in quanto non si era piegato al conformismo, all’ipocrisia e alle “bizze” del Concilio.
Ricordate la storia del centurione che, a Cafarnao, si avvicina a Gesù? «Signore il mio servo è in casa paralizzato. — Gesù risponde — Verrò a guarirlo. — Signore non son degno che tu entri sotto il mio tetto ma dì soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. Poiché anch’io sono soggetto a un’autorità e ho sotto di me dei soldati e dico a uno — va — ed egli va; all’altro — vieni — ed egli viene e al mio servo fa questo ed egli lo fa. — Udite queste parole Gesù ammirato disse a coloro che lo seguivano — In verità vi dico: in nessuno in Israele ho trovato tanta fede.»
Ebbene Nino Badano prese spunto da queste parole per iniziare la sua stupenda conferenza: «Domine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum; sed tantum dic verbo, et sanabitur anima mea.»

Per venti secoli la professione più bella di tutto il Vangelo, pronunziata da questo soldato pagano, è stata ripetuta dalla Chiesa in uno dei momenti solenni della Messa e nel respiro più intimo della preghiera eucaristica. Dovevano venire i novatori ultimi per deturparla. Ma se i neoliturgisti hanno manomesso le parole, altri manomettono, senza dirlo, tutto l’episodio, tutto l’incontro e il dialogo di Cristo col centurione. Se potessero stralciarlo da Luca e Matteo che lo riferiscono quasi senza varianti, lo stralcerebbero.
Gesù che si ferma ad ascoltare un soldato, un uomo cioè che ha scelto la carriera delle armi e gli promette, con premura, un miracolo che quello ancora non gli ha chiesto; che segue con attenzione il suo ragionamento, quasi un apologo, sulla disciplina militare. E infine pronuncia un elogio che sembra esprimere ammirazione e meraviglia, è un Gesù — continua Badano — che disturba troppo la retorica pacifista e antimilitarista e disarmista di certi predicatori che riempiono di parole teleschermi e microfoni.
Tra i temi della nuova apologetica, accanto alla libertà e alla giustizia sociale, c’è la parte che ha nell’obbiezione di coscienza il suo precetto. Uno dei nuovi apologeti, santone della protesta sociale e del pacifismo, che in un suo testamento ha proclamato la fine dell’obbedienza come virtù, aveva rivolto un giorno un messaggio rabbioso e veemente, ai suoi confratelli cappellani militari; li aveva ingiuriati per aver accettato di assistere religiosamente i soldati.
Nel suo furore pacifista, l’apostolo della disobbedienza, avrebbe voluto che nessun prete dicesse Messa, nessuno ascoltasse le confessioni e desse la comunione o il viatico ai giovani in servizio militare...
Tutto l’Occidente è infestato da questi Sinoni che invitano a demolire porta e mura per introdurre nella cittadella il cavallo gremito di armati; predicano il disarmo contro l’armatissimo impero comunista; insegnano ai giovani, nelle scuole e dai giornali, a rifiutare il servizio e la disciplina militare, la pratica e l’esercizio delle armi, perché lo Stato si trovi disarmato e inerme nell’ora eventuale della rivoluzione.
Neppure i caduti in guerra — s’infervora il giornalista romano — si salvano dalle ingiurie della retorica pacifista: anche il sacrificio della vita per la Patria, è bestemmiato.
Dicono di voler insegnare ai giovani l’orrore per le armi e li esortano a rifiutare di impugnarle al servizio della Patria. Ed ecco le armi rinnegate per la difesa della propria terra, si ritrovano nelle mani di criminali e di sovversivi giovanissimi che non hanno certo imparato la violenza dal fascismo, a loro sconosciuto, ma dal pacifismo ipocrita dei marxisti; preti e no. Mai si sono visti tanti giovani rapinatori, banditi, ladri, lenoni pronti a ogni delitto, come da quando gli apostoli della pace predicano il disarmo e l’obiezione di coscienza.
... Gesù che parla con un militare di carriera, probabilmente armato; che gli promette con premurosa condiscendenza di recarsi subito da lui per guarire il servo... che non fa prediche pacifiste, non consiglia al centurione di disertare, né di gettar via spada e divisa, ma anzi lo elogia come nessun altro è e sarà mai elogiato; questo Gesù re e signore di pace. Che ha annunciato ai suoi fedeli una pace che il mondo non può dare, non è un pacifista da obiezioni di coscienza e da condanna di tutte le guerre; è un Gesù scomodo, che sarebbe meglio epurare.

Nino Badano riportò parte della sua conferenza tenuta a Firenze presso il Circolo Borghese e della Stampa nel 1972 nel libro I Primi giorni e gli ultimi della Chiesa (41).

Poteva scrivere don Luigi Stefani:

[...] la Sua parola trova
nella casa del pagano
statue di idoli
trofei della lontana Dacia;
la Sua parola aleggia
come una colomba
senza spaventarsi

sono cose morte

ma il servo è vivo
e già si muove
nella casa:
la casa del primo santo
con la corazza e l’elmo
(Mt 8, 5-13)

Il 1° maggio 1972 don Luigi Stefani presentò la seconda edizione de Il Santo con la penna alpina a Pozzolatico di fronte alle sue ragazze, al personale dell’Istituto “Pro Juventute”, degli alpini, delle autorità, celebrò la sua Messa, “rivolto al Signore”, in latino e volle mettere nel libro, in appendice, anche quel famigerato e insultante volantino nato dall’odio seminato in precedenza.
Alcuni tacquero, non Piero Bargellini che, con le sue decorazioni al petto, guadagnate sul campo di battaglia, prese la parola dicendo, tra l’altro:

Don Gnocchi come don Stefani, è stato soldato, è stato un alpino; ha sentito il dovere di servire la Patria; ha dato generosamente la sua gioventù, disposto a morire, a rimanere ferito, mutilato.
Anch’io sono stato soldato, mi sono messo apposta le decorazioni stamane. E le porto con orgoglio, come tutti voi alpini...
Ho creduto che fosse nostro dovere dare alla Patria la vita che ci aveva dato. Dopo di che noi siamo tornati — siamo quelli che sono tornati — ci siamo dati delle arie con la penna nera sul cappello, ci siamo pavoneggiati... abbiamo anche avuto dei privilegi come ex combattenti.
Ma i nostri sacerdoti? A chi hanno pensato? Si sono rimessi la tonaca e come a vent’anni avevano dedicato la loro vita e la loro forza alla Patria, così, dopo, hanno dedicato la loro vita, la loro intelligenza, la loro cultura, le loro energie agli altri...
Ecco la differenza tra me e don Facibeni, tra me e don Gnocchi, tra me e don Stefani. Anch’io cerco di fare del bene, ma quando mi avanza il tempo; invece questi sacerdoti hanno dedicato tutta la loro vita ad una missione di bene. E quindi dobbiamo grande rispetto ai nostri sacerdoti. E grande riconoscenza.

Dimostrò davvero rispetto e riconoscenza quell’immensa folla di persone che, con le lacrime agli occhi, partecipò al funerale di questo grande sacerdote, orgoglioso dei suoi gradi e delle sue mostrine, ma soprattutto orgoglioso di essere stato un soldato di Cristo che combatté la buona battaglia e che, nel cammino difficile e aspro della vita, conservò, pura, la sua Fede.

da LA MEMORIA NEGATA di Pucci Cipriani /Edizioni Solfanelli)
http://www.edizionisolfanelli.it/lamemorianegata.htm


34) M. Andreatini Sfilli, Flash di una giovinezza vissuta tra i cartoni, Alcione, Firenze 2000.
35) U.A. Floridi, Mosca e il Vaticano: i dissidenti sovietici di fronte al “dialogo”, La Casa di Matriona, Milano 1976.
36) L. Stefani, Sradicati, Edizioni Lo Sprone, Firenze 1974.
37) Cfr. “La Nazione”, 12 febbraio 1965.
38) L. Gambi, Diario di un cappellano alpino, Società Editrice Fiorentina, Firenze 2008.
39) L. Stefani, Non sono un teologo, Pucci Cipriani Editore, Firenze 1973.
40) L. Stefani, Il Santo con la penna alpina: ricordo di don Carlo Gnocchi nel centenario degli alpini, Quaderni de “Lo Sprone”, Firenze 1972.
41) N. Badano, I Primi giorni e gli ultimi della Chiesa, Volpe, Roma 1973.




Don Luigi Stefani, Cappellano militare della “Tridentina” con il Generale Luigi Reverberi Comandante del XXVI Corpo d’Armata in Albania



Mons. Luigi Stefani nella Processione del Corpus Domini del 1972 a Firenze precede i “fratelli” della Misericordia davanti al glorioso Gonfalone



Il Venerabile Elia Dalla Costa con il prof. don Ivo Biondi, il sacerdote "firenzuolino", nipote di Tito casini, che rimase sempre fedele alla S. Messa in rito Romano antico, anima di tutte le iniziative del tradizionalismo fiorentino